I Sette Pater, Ave e Gloria.

La Vergine Maria, apparendo a Medjugorje, ha invitato diverse volte a riscoprire una vecchia devozione croata, quella di recitare i Sette Pater, Ave e Gloria.

Lo ha indicato in alcuni messaggi:
Messaggio del 3 luglio 1981
“Prima dei sette Pater Ave Gloria pregate sempre il Credo”

Messaggio del 16 novembre 1983

“Pregate almeno una volta al giorno il Credo e sette Pater Ave Gloria secondo le mie intenzioni affinchè, tramite me, si possa realizzare il piano di Dio.”

Messaggio del 20 luglio 1982

“In Purgatorio ci sono tante anime e tra queste anche persone consacrate a Dio. Pregate per loro almeno sette Pater Ave Gloria e il Credo. Ve lo raccomando! Molte anime sono in Purgatorio da molto tempo perche’ nessuno prega per loro. Nel Purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicini all’Inferno mentre quelli elevati si avvicinano gradualmente al Paradiso.”
Las Madonna ha raccomandato questa pratica come ringraziamento alla fine della Santa Messa; la parrocchia di Medjugorje ha raccolto subito quest’invito

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

ed ancor oggi la recita subito dopo la messa serale. Per chi volesse recitarla anche a casa è utile la coroncina che permette di tenere il conto delle serie di Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre.

La devozione si recita così:
Prima il Credo
Poi, sul primo grano: Padre nostro
Sul secondo: Ave Maria
Sul terzo: Gloria
Poi di nuovo sul quarto grano:

Padre Nostro.
Sul quinto: Ave Maria
Sul sesto: Gloria …

Messaggio mensile alla veggente Marija del 25 Settembre 2016.

“Cari figli!

Oggi vi invito alla preghiera. La preghiera sia per voi vita. Soltanto così il vostro cuore si riempirà di pace e di gioia. Dio vi sarà vicino e voi lo sentirete nel vostro cuore come un amico.  Parlerete con Lui come con qualcuno che conoscete e, figlioli, sentirete il bisogno di testimoniare perché Gesù sarà nel vostro cuore e voi sarete uniti in Lui.
Io sono con voi e vi amo tutti con il mio amore materno.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Testimonianza “Io lesbica e abortista, convertita a Medjugorje”

“Io lesbica e abortista, convertita a Medjugorje”

Ricordo bene quel giorno di febbraio. Ero all’università. Ogni tanto guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo se Sara fosse già partita. Sara era rimasta incinta durante un rapida storia chiusa con un test di gravidanza positivo. Si era rivolta a me per un aiuto, non sapeva che fare. “È solo un grumo di cellule” dicevamo. Poi arrivò quella decisione. Mi sentivo fiera di aver consigliato a Sara di abortire. Credevo fermamente in quella libertà che concede alla donna di gestire la propria sessualità e di controllare la maternità, fino a eliminarla del tutto. Figli compresi.

Eppure, quel giorno di febbraio qualcosa si frantumò. Se ero così sicura delle mie convinzioni, perché ogni anno mi tornava alla mente l’anniversario di quel pomeriggio, l’odore dell’ospedale, il pianto di Sara? Perché ogni volta che vedevo un neonato, ripensavo a quella scelta con profonda tristezza? La risposta arrivò qualche anno dopo, durante un seminario pro-life al quale partecipai. Lì, scoprii cosa fosse realmente un aborto: un omicidio. O meglio: quello che chiamavo diritto all’aborto era in realtà un omicidio multiplo dove la madre e il bambino rappresentavano le principali vittime alle quali andavano aggiunte le morti interiori collaterali. Io appartenevo a questo gruppo. Approvando l’aborto, mi procurai una lacerazione interiore di cui però non mi resi subito conto. Un piccolo buco nel cuore a cui non prestai attenzioni, troppo presa dall’entusiasmo di una buona carriera lavorativa appena iniziata e dall’atmosfera progressista nella quale ero immersa.

Ero una terzomondista pronta a promuovere ogni tipo di diritto che potesse rendere la società più equa e giusta, secondo le idee promosse dalle avanguardie culturali. Ero anticlericale: parlare di Chiesa significava scandali, pedofilia, ricchezze smodate, preti il cui interesse era coltivare qualche vizio. Riguardo all’esistenza di Dio, lo consideravo un passatempo per vecchiette in pensione. Nelle relazioni, scoprivo uomini profondamente in crisi con la propria mascolinità, intimoriti dall’aggressività della donna e incapaci di gestire e prendere decisioni. Conoscevo donne stanche (tra cui me stessa) di condurre relazioni con uomini simili a bambini impauriti e immaturi. Provavo sempre più sfiducia verso l’altro sesso, mentre vedevo cresceva una forte complicità con le donne, che si rafforzò quando iniziai a frequentare associazioni e circoli culturali.

I dibattiti e i laboratori erano momenti di confronto sulle questioni sociali, tra cui l’instabilità dell’esistenza umana. Oltre al lavoro, la precarietà aveva iniziato a corrodere lentamente la sfera affettiva. Bisognava rispondere promuovendo le forme di amore basate sulla fluidità dell’emozione e sull’autodeterminazione, dando via libera a quelle relazioni in grado di tenere il passo con i mutamenti della società, cosa che, secondo tale pensiero, la famiglia naturale non era più in grado di assolvere.  Era necessario svincolarsi dal rapporto maschio-femmina, reputato ormai conflittuale anziché complementare.

In un clima così effervescente, nel giro di poco tempo mi ritrovai a vivere la mia omosessualità. Accadde tutto in modo semplice. Mi sentii appagata e credetti così di aver trovato una completezza interiore. Ero certa che solo con una donna al mio fianco avrei trovato quella piena realizzazione che era la giusta combinazione di sentimento, emozioni e ideali. Poco alla volta, però, quel vortice di condivisione emotiva che si instaurava con le donne sotto le false spoglie di feeling, iniziò a consumarmi fino ad alimentare quel senso di vuoto nato dall’aborto di Sara.

Appoggiando la propaganda abortista, infatti, avevo iniziato ad uccidere me stessa, a partire dal senso di maternità. Stavo negando qualcosa che comprende sì il rapporto madre-figlio, ma oltre. Infatti, ogni donna è madre che sa accogliere e tessere i legami della società: la famiglia, gli amici e gli affetti. La donna esercita una “maternità allargata” che genera vita: è un dono che conferisce senso alle relazioni, le riempie di contenuti e le custodisce. Avendo strappato da me questo dono prezioso, mi ritrovai spogliata della mia identità femminile e in me si creò “quel piccolo buco nel cuore” che poi divenne una voragine nel momento in cui vissi la mia omosessualità. Attraverso la relazione con una donna, stavo cercando di riprendere quella femminilità di cui mi ero privata.

Nel pieno di questo terremoto, mi giunse un invito inaspettato: un viaggio per Medjugorje. Fu mia sorella a propormelo. Anche lei non era una fan della Chiesa, non estremista come me, ma quel che bastava perché la sua proposta mi spiazzasse. Me lo chiese poiché vi era stata qualche mese prima con un gruppo di amici: ci andò per curiosità e ora voleva condividere con me questa esperienza che, a detta sua, era stata rivoluzionaria.  Mi ripeteva spesso “tu non sai cosa vuol dire” a tal punto che accettai. Volevo proprio vedere cosa ci fosse. Di lei mi fidavo, sapevo che era una persona ragionevole e dunque qualcosa doveva averla toccata. Comunque, rimanevo della mia idea: dalla religione non poteva giungere nulla di buono, tantomeno da un posto dove sei persone dichiaravano di avere delle apparizioni che per me significava una banale suggestione collettiva.

Con questo mio bagaglio di idee, partimmo. Ed ecco la sorpresa. Ascoltando il racconto di chi stava vivendo questo fenomeno (i diretti protagonisti, gli abitanti del posto, i medici che avevano condotto analisi sui veggenti), mi resi conto dei miei pregiudizi e di come questi mi rendessero cieca e mi impedissero di osservare la realtà per ciò che era. Ero partita ritenendo che a Medjugorje fosse tutto finto semplicemente perché per me la religione era finta e inventata per opprimere la libertà di popoli creduloni. Eppure, questa mia convinzione dovette fare i conti con un fatto tangibile: lì a Medjugorje c’era un flusso oceanico di persone che accorrevano da tutto il mondo.  Come poteva essere finto questo evento e rimanere in piedi per più di trent’anni?

Una menzogna non ha lunga durata, dopo un po’ emerge. Invece, ascoltando molte testimonianze, la gente tornando a casa continuava un percorso di fede, si accostava ai sacramenti, situazioni famigliari drammatiche si risolvevano, malati che guarivano, soprattutto dalle malattie dell’anima, come quelle che comunemente chiamiamo ansie, depressioni, paranoie, che spesso spingono al suicidio. Cosa c’era a Medjugorje tanto da ribaltare la vita di quella moltitudine? O meglio: chi c’era? Lo scoprii ben presto. Lì c’era un Dio vivo che si occupava dei suoi figli attraverso le mani di Maria. Questa nuova scoperta si concretizzò con l’ascolto delle testimonianza di chi era passato in quel luogo e aveva deciso di rimanere per prestare servizio in qualche comunità e per raccontare ai pellegrini come questa Madre operi laboriosamente per togliere i propri figli dall’inquietudine. Quel senso di vuoto che mi accompagnava era uno stato dell’anima che potevo condividere con chi aveva vissuto esperienze simile alle mie, ma che a differenza di me, aveva smesso di vagare.

Da quel momento, iniziai a pormi dei quesiti: Qual era la realtà in grado di portarmi ad una piena realizzazione? Lo stile di vita che avevo intrapreso corrispondeva effettivamente al mio vero bene oppure era un male che aveva contribuito a sviluppare quelle ferite dell’anima? A Medjugorje avevo fatto un’esperienza di Dio concreta: la sofferenza di chi aveva vissuto un’identità frantumata era anche la mia sofferenza e l’ascolto delle loro testimonianze e della loro “resurrezione” mi aveva aperto gli occhi, quegli stessi occhi che in passato vedevano la fede con le lenti asettiche del pregiudizio.  Ora, quell’esperienza di Dio  che “non lascia mai soli i suoi figli e soprattutto non nel dolore e non nella disperazione” iniziata a Medjugorje continuò nella mia vita, frequentando la Santa Messa. Avevo sete di verità e trovavo ristoro solo attingendo a quella fonte di acqua viva che si chiama Parola di Dio. Qui, infatti, trovai inciso il mio nome, la mia storia, la mia identità; poco alla volta compresi che il Signore pone un progetto originale per ciascun figlio, fatto di talenti e qualità che conferiscono unicità alla persona.

Lentamente, la cecità che offuscava la ragione si sciolse e in me nacque il dubbio che quei diritti alla libertà nei quali avevo sempre creduto, fossero in realtà un male camuffato da bene che impedivano alla vera Francesca di emergere nella sua integrità. Con occhi nuovi, intrapresi un percorso nel quale cercai di comprendere la verità della mia identità. Partecipai a dei seminari pro-life e lì mi confrontai con chi aveva vissuto esperienze simili alla mia, con psicoterapeuti e sacerdoti esperti sulle tematiche legate all’identità: finalmente, ero senza lenti teoriche e vivevo la realtà. Infatti, qui misi insieme i pezzi di questo intricato puzzle che era diventata la mia vita: se prima i pezzi erano sparsi e incastrati in malo modo, adesso stavano assumendo un ordine tale per cui iniziavo a intravedere un disegno: la mia omosessualità era stata la conseguenza di una identità tagliata del femminismo e dell’aborto. Proprio ciò in cui per anni avevo creduto potesse pienamente realizzarmi, mi aveva uccisa, vendendomi menzogne spacciate per verità.

Partendo da questa consapevolezza, iniziai a  riconnettermi con la mia identità di donna, riprendendo ciò che mi era stato rubato: me stessa. Oggi sono sposata e al mio fianco cammina Davide che mi è stato vicino in questo percorso. Per ciascuno di noi esiste un progetto creato da Colui che é l’unico in grado di guidarci realmente a ciò che siamo. Tutto sta nel dire il nostro sì come figli di Dio, senza avere la presunzione di uccidere quel progetto con false aspettative ideologiche che mai potranno sostituire la nostra natura di uomini e donne.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Testimonianza al Festival dei Giovani 2016

“Dobbiamo imparare ad essere misericordiosi, è una scuola di vita”

Non molto tempo fa, diverse persone ci hanno detto che, venendo al Festival dei Giovani, “ricaricano le batterie”, per poi trarne a lungo la forza per continuare a vivere. Andrea Ćurković è nativa di Livno, ma attualmente vive in

Svizzera. Ci ha rivelato che, quando torna da Medjugorje, le persone che incontra nella sua quotidianità vedono in lei un cambiamento positivo e notano che lei irradia gioia e pace. Si rende conto che questa potrebbe anche essere una via per stimolare altri alla conversione, o un modo per portare altri nel luogo in cui molti si convertono.

“A Medjugorje si percepisce sempre una benedizione, ci si rifocilla e si riceve una forza nuova per vivere. Venivo a Medjugorje anche con la mia famiglia, e ho partecipato per la prima volta al Festival dei Giovani venti anni fa. Ogni volta è un’esperienza nuova, un’esperienza meravigliosa. Quando poi torniamo nella nostra quotidianità, gli altri riconoscono che qualcosa in noi è cambiato. Così anche noi stessi possiamo renderci conto che qualcosa è successo davvero, e che possiamo convertire qualche cuore. Dobbiamo imparare ad essere misericordiosi, è una scuola di vita. La Madonna ci invita a farlo e ci dà le indicazioni per riuscirci”.

Per me Medjugorje è un luogo santo

Per me Medjugorje è un luogo santo”

In questi giorni centrali del mese di settembre 2016, l’Ufficio informazioni registra la presenza a Medjugorje di gruppi di pellegrini dall’Ucraina, dalla Repubblica Ceca, dall’Ungheria, dalla Slovacchia, dagli USA, dall’Inghilterra, dall’Irlanda, dal Canada, dalla Spagna, dal Belgio, dalla Francia, dall’Italia, dal Libano, dalla Corea, da Malta, dalla Romania, dall’Austria, dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Polonia e dal Brasile.

Nei giorni scorsi abbiamo incontrato Zoran Bukur, un pellegrino che vive nel territorio della parrocchia di San Carlo Borromeo a Pančevo (Serbia). Questo è il suo quarto pellegrinaggio a Medjugorje. La prima venuta di Zoran a Medjugorje risale al 1988. Poi è scoppiata la guerra, per cui non ha più avuto la possibilità di recarsi in questo luogo.

Della sua esperienza a Medjugorje, questo pellegrino di Pančevo ha detto: “Fin da quando ho coscienza di me stesso, mi sono sempre sentito legato alla Chiesa Cattolica. Ho saputo di Medjugorje leggendo la rivista “Glas Koncila (“La voce del Concilio”), che a quel tempo ricevevamo regolarmente in parrocchia. Penso di esser stato condotto qui dallo Spirito Santo. Sono stato anche al Santuario di Marija Bistrica, ma Medjugorje è entrata nel mio cuore in modo particolare. E’ difficile descrivere come mi sento a Medjugorje. Qui sento la presenza di Maria. Per me Medjugorje è un luogo santo. Essere a Medjugorje per me è un motivo di festa”.

Messaggio del 2 settembre 2016 dato Mirjana

“Cari figli

secondo la volontà di mio Figlio ed il mio materno amore vengo a voi, miei figli, ed in particolare per coloro che ancora non hanno conosciuto l’amore di mio Figlio. Vengo a voi che pensate a me, che mi invocate. A voi do il mio materno amore e porto la benedizione di mio Figlio. Avete cuori puri e aperti? Vedete i doni, i segni della mia presenza e del mio amore? Figli miei, nella vostra vita terrena ispiratevi al mio esempio. La mia vita è stata dolore, silenzio ed un’immensa fede e fiducia nel Padre Celeste. Nulla è casuale: né il dolore, né la gioia, né la sofferenza, né l’amore. Sono tutte grazie che mio Figlio vi dona e che vi conducono alla vita eterna. Mio Figlio vi chiede l’amore e la preghiera in lui. Amare e pregare in lui vuol dire — come Madre voglio insegnarvelo — pregare nel silenzio della propria anima, e non soltanto recitare con le labbra. Lo è anche il più piccolo bel gesto compiuto nel nome di mio Figlio; lo è la pazienza, la misericordia, l’accettazione del dolore ed il sacrificio fatto per gli altri. Figli miei, mio Figlio vi guarda. Pregate per vedere anche voi il suo volto, ed affinché esso possa esservi rivelato. Figli miei, io vi rivelo l’unica ed autentica verità. Pregate per comprenderla e poter diffondere amore e speranza, per poter essere apostoli del mio amore. Il mio Cuore materno ama in modo particolare i pastori. Pregate per le loro mani benedette.

Vi ringrazio!”.

Messaggio del Cardinal Schönborn ai giovani

Anche quest’anno il nostro caro amico di Vienna, il Cardinale Christoph Schönborn, ha voluto avere un ricordo per tutti i partecipanti al Festival dei Giovani:

 

 

 

 

 

“Cari fratelli e sorelle giovani!

Dopo i giorni meravigliosi della Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia con Papa Francesco, a cui anch’io ho partecipato, mi rallegro particolarmente nell’inviare i miei saluti a voi, riuniti a Medjugorje. Avete nuovamente risposto all’invito della Madonna in così gran numero, e siete disposti a lasciare che lei vi conduca nuovamente a Gesù. In questo Anno Santo della misericordia, a lei e al Figlio suo potete portare ogni cosa: tutto ciò che vi appesantisce e vi provoca dolore; tutto quello in cui siete inciampati o siete caduti, ma anche ogni cosa in cui avete avuto successo o che vi dà gioia.

NULLA può separarci dall’amore di Cristo, che sorpassa ogni intelligenza. Chiedo ad ognuno di voi di pensare al fatto che Gesù lo ama davvero: lui TI conosce e TI comprende. Egli TI perdona e TI tiene con forza tra le sue braccia. La Madonna è tua Madre e ti guarda. Possano queste essere per voi giornate benedette! Pregate per il nostro caro Papa Francesco!

Il vostro Cardinal Schönborn”.