I Sette Pater, Ave e Gloria.

La Vergine Maria, apparendo a Medjugorje, ha invitato diverse volte a riscoprire una vecchia devozione croata, quella di recitare i Sette Pater, Ave e Gloria.

Lo ha indicato in alcuni messaggi:
Messaggio del 3 luglio 1981
“Prima dei sette Pater Ave Gloria pregate sempre il Credo”

Messaggio del 16 novembre 1983

“Pregate almeno una volta al giorno il Credo e sette Pater Ave Gloria secondo le mie intenzioni affinchè, tramite me, si possa realizzare il piano di Dio.”

Messaggio del 20 luglio 1982

“In Purgatorio ci sono tante anime e tra queste anche persone consacrate a Dio. Pregate per loro almeno sette Pater Ave Gloria e il Credo. Ve lo raccomando! Molte anime sono in Purgatorio da molto tempo perche’ nessuno prega per loro. Nel Purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicini all’Inferno mentre quelli elevati si avvicinano gradualmente al Paradiso.”
Las Madonna ha raccomandato questa pratica come ringraziamento alla fine della Santa Messa; la parrocchia di Medjugorje ha raccolto subito quest’invito

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

ed ancor oggi la recita subito dopo la messa serale. Per chi volesse recitarla anche a casa è utile la coroncina che permette di tenere il conto delle serie di Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre.

La devozione si recita così:
Prima il Credo
Poi, sul primo grano: Padre nostro
Sul secondo: Ave Maria
Sul terzo: Gloria
Poi di nuovo sul quarto grano:

Padre Nostro.
Sul quinto: Ave Maria
Sul sesto: Gloria …

Messaggio mensile alla veggente Marija del 25 Settembre 2016.

“Cari figli!

Oggi vi invito alla preghiera. La preghiera sia per voi vita. Soltanto così il vostro cuore si riempirà di pace e di gioia. Dio vi sarà vicino e voi lo sentirete nel vostro cuore come un amico.  Parlerete con Lui come con qualcuno che conoscete e, figlioli, sentirete il bisogno di testimoniare perché Gesù sarà nel vostro cuore e voi sarete uniti in Lui.
Io sono con voi e vi amo tutti con il mio amore materno.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Quando a chiederti di fare un film è… Maria

Quando a chiederti di fare un film è… Maria – ZENIT – Italiano

10 SETTEMBRE 2016 • di ROBERTO LAURI

Beatrice Fazi e Pietro Sarubbi nel cast di “In fondo alla salita”, una  storia di conversione ambientata a Medjugorje.

locandina-in-fondo-alla-salita-per-sito

Simone ed Emanuele hanno avuto la loro vita trasformata a Medjugorje e sono talmente legati a quel luogo, che hanno deciso di girare un film, su ciò che accade in quel remoto paesino bosniaco. Simone Visentini ed Emanuele Marzani, regista e attore protagonista, del film in questione, sono alle loro prime armi, ci credono talmente tanto, che stanno spendendo tutte le loro energie alla realizzazione di questo loro progetto. Hanno già iniziato i provini e presto torneranno a Medjugorje per incontrare padre Danko e Padre Marinko per ottenere l’ok definitivo, per le riprese nella Chiesa e durante l’adorazione Eucaristica, i due momenti chiave del film. Attorno al loro progetto hanno radunato molti volontari e professionisti e non mancano nomi di “convertiti famosi” come gli attori Beatrice Fazi e Pietro Sarubbi, i cantautori Roberto Bignoli e Debora Vezzani. L’idea del film e venuta a Emanuele, che ha avuto l’ispirazione, durante un’apparizione della Madonna a Vicka.

Incontrati da ZENIT, il regista e il protagonista, hanno raccontato il loro progetto cinematografico.

Simone, sei il regista di In fondo alla salita. Puoi raccontarci di questo vostro progetto?

Ci tengo a precisare che io non sono (ancora) un regista cinematografico. Ma se la Madonna ha scelto me per questo progetto, è perché forse Le interessa “usare” una persona convertita, che la necessità di testimoniare e che desidera divulgare i suoi messaggi.

Come è avvenuta questa tua conversione?

 Ho 43 anni e sono di Mantova, ho avuto sempre due grandi passioni: il teatro e la musica. Una passione nata nell’oratorio del mio paese, fin dall’età di 11 anni. Nel 1990, ho dovuto fare una scelta cruciale: iscrivermi ad un’Accademia Teatrale oppure scegliere la più sicura facoltà di giurisprudenza. Alla fine ho scelto la seconda opzione. Negli anni di giurisprudenza a Milano, è iniziato il mio declino spirituale: il teatro diventa quello di estrema sinistra, la musica contesta la Chiesa, le letture sono un inno all’idolatria, tutto va nella direzione opposta rispetto al mio punto di partenza. Nell’aprile del ’97, ho scoperto che sarei diventato presto padre, così mi sono sposato. Dopo solo tre anni si consuma la rottura definitiva con mia moglie. Una separazione che era scaturita dalla mia decisione, da lei non condivisa, di fondare una cooperativa teatrale, invece che investire sulla mia carriera di avvocato.

Una vita di inquietudini e sofferenze, poi la svolta e la tua conversione, iniziata da un pellegrinaggio a Medjugorj.

 Tutto inizia un po’ prima, quando ho incontrato Manuela, che aveva alle spalle, anche lei, una storia simile alla mia. Lei che lavora nella danza, ha avuto una figlia nel 1997 e un matrimonio civile naufragato. Iniziammo a convivere da subito e fondammo L’Officina delle Arti di Mantova. Poi nascono altri due figli, la nostra vita è apparentemente felice. Un giorno la Madonna “chiama” Manuela a Medjugorje, io non potevo andare per motivi di lavoro. Quel suo pellegrinaggio segnerà, per sempre, il futuro della nostra famiglia. Manuela, al ritorno dal pellegrinaggio, mi parla di veggenti, di una Madonna che appare, di miracoli fisici e spirituali, ma soprattutto mi dice che è necessario che anche io vada a Medjugorje.

Mi hai raccontato, che un po’ per curiosità e un po’ per l’insistenza di Manuela, alla fine vai a Medjugorje, anche tu.

 Sì, partiamo con tutta la famiglia, poi quel mondo che, solo raccontato, mi aveva fatto incuriosire, trasforma la nostra vita. A Medjugorje però scopro, durante una confessione, che la Chiesa mi considera ancora legato alla mia ex moglie; avevo una fede tiepida ed ero anche ignorante sulle questioni dottrinali. Ha inizio il lungo e tortuoso cammino per richiedere l’annullamento del matrimonio. E fra rosari, Messe quotidiane e digiuni, non mancano gli appuntamenti con gli avvocati. Intanto una notizia meravigliosa riempie di luce la nostra famiglia, attendiamo il quinto figlio. Il 4 maggio un’ecografia rivela che la nostra bambina è affetta da trisomia 18 e che ha una gravissima forma di malformazione cardiaca, incompatibile con la vita. In quei momenti ci tornava in mente Medjugorje, il senso della croce, la consapevolezza che il Signore spesso ci prepara per le prove più difficili. Mi sovviene qui la frase di Don Bosco: “Se sei solo, ma hai Dio con te, siete la maggioranza”. Infatti quell’1% di possibilità di restare in vita, Maria Teresa se lo prende tutto fino all’ottavo mese, un vero miracolo. Maria Teresa nasce, tenta di respirare, ma se ne va. Un angelo in più che il Signore ha chiesto in cielo e un miracolo che ha deciso di realizzare in terra. Perché Maria Teresa è stata, ed è tuttora, una grazia per tante persone, è ancora viva nelle testimonianze che Manuela è chiamata a fare, con me a fianco. A tutto questo si aggiungono le difficoltà per l’annullamento del mio precedente matrimonio. Annullamento che si concretizzerà solo dopo tre anni. Sabato 18 aprile 2015, con Manuela ci uniamo finalmente in matrimonio. Pochi giorni dopo le nostre nozze, ho un appuntamento sugli Appennini reggiani. All’inizio di quel mese, infatti, mi aveva cercato un ragazzo di nome Emanuele [lo guarda e ride compiaciuto, ndr], aveva un progetto importante, forse folle: un film su Medjugorje, che gli aveva chiesto direttamente la Madonna. Gli serviva un regista … convertito. Io avevo tutte le caratteristiche che cercava. Quando Maria chiama … Così è iniziata questa nostra avventura.

Emanuele tu sei molto giovane, hai solo 18 anni, però tutto è iniziato da te: il desiderio di fare il film, la ricerca e la scelta di un giovane regista, convertito a Medjugorje. Anche tu hai una storia di vita particolare, puoi raccontarcela?

 Sono cresciuto in mezzo ad amici coinvolti in storie di droga, alcool e sesso facile. Queste cose, mi rendevano molto triste, erano ragazzi di animo buono, ma fragili, caduti in quel vortice di sofferenza. Da quando avevo quattro anni d’età, ogni anno andavo in pellegrinaggio a Medjugorje, con tutta la mia famiglia. In quei pellegrinaggi, ho avuto occasione di ascoltare tante testimonianze di conversione e di fede; mi colpivano quelle dei ragazzi ex tossicodipendenti, che vivevano nelle comunità. Il mio sogno, fin da bambino, era quello di diventare un attore per qualche importante produzione cinematografica. Il 21 giugno 2014, ero all’incontro con Vicka, una delle veggenti di Medjugorje. Durante l’apparizione, ho guardato la statua della Vergine, ho fatto una preghiera e ho chiesto a Maria: “Mamma, io non so se tu mi stai ascoltando, però voglio chiederti una cosa. Ti prego, sai che desidero fare l’attore, dammene la possibilità”. Subito dopo, ho avvertito nel mio cuore, come una voce materna, che mi diceva: “Figlio mio, voglio che tu realizzi un film su Medjugorje”. Ad un tratto, nella mia mente, vedevo le scene del film, era come se lo stessi guardando alla televisione. La trama, veniva impressa nell’intimo del mio cuore. In quel momento dissi con immensa gioia e gratitudine il mio sì a quel progetto, con la piena convinzione che Lei mi sarebbe stata sempre accanto e mi avrebbe aperto la strada per realizzarlo. Infatti dopo poco tempo mi ha fatto conoscere Simone, che ha accolto con gioia e forte entusiasmo questo mio progetto. Insieme vogliamo realizzare questo film, affinché possa essere uno strumento per diffondere il messaggio della nostra Madre Celeste”.

Simone fare un film, non è una cosa semplice, se poi il film ha un tema religioso, è ancora più difficile, vedo che siete molto determinati. Puoi raccontarci brevemente la trama?

 Il personaggio principale, che sarà interpretato da Emanuele, è un ragazzo di 17 anni che vive con la madre, interpretata da Beatrice Fazi. Il padre del ragazzo, ha abbandonato la famiglia cinque anni prima. Emanuele, intelligente e sensibile, è comunque coinvolto in storie di droga, alcool, sesso e musica satanica. Eccezionalmente e, quasi per sbaglio, viene a contatto con delle realtà cristiane. Incontra un ragazzo disabile, Luca Ongaro, che nel film, interpreta se stesso, che lo invita a lasciare quella cattiva strada. La madre Beatrice, già da tempo in un cammino di fede e di preghiera, scopre di avere un cancro in stato avanzato. Ne parla con il parroco Don Pietro, interpretato da Pietro Sarubbi, è molto preoccupata, non tanto per sé, quanto per il figlio. In accordo con Don Pietro, mamma Beatrice dà la notizia della malattia al figlio, invitandolo a recarsi a Medjugorje. Emanuele arrivato in Bosnia vive una settimana di rivoluzione interiore totale. Il pellegrinaggio al Podbrdo, la Confessione, la Santa Messa, la convivenza obbligata nella stessa stanza con il disabile Luca, le chiacchierate sulla castità, gli fanno scoprire un mondo per lui sconosciuto. Emanuele torna a casa. Ha capito che la “medicina”, che la madre chiedeva di cercarle a Medjugorje, quella che l’avrebbe fatta guarire, era semplicemente la Madonna. Ma quella medicina non era per lei, ma per lui, era lui che voleva salvare. Il seguito e il finale, speriamo che tutti, lo possano vedere su uno schermo cinematografico e televisivo.

Sicuramente un progetto interessante, come pensate di riuscire a trovare i finanziamenti necessari alla sua realizzazione?

 Abbiamo pensato anche di muoverci attraverso una campagna di fundrising, ovvero una raccolta di donazioni, fatta tramite internet, facendo leva sul fatto che Medjugorje attira migliaia di persone. “In fondo alla salita” è un film senza fini di lucro, il cui soggetto è di proprietà della Associazione “Una Mano dal Cielo”. Ora il nostro obbiettivo è quello di riuscire a reperire i fondi necessari, lo stiamo facendo anche mediante sottoscrizioni. Anzi invitiamo tutti a visitare il nostro sito www.infondoallasalita.com  e la nostra pagina Facebook perché anche un piccolo contributo è fondamentale per poter iniziare questa meravigliosa avventura. Inoltre abbiamo fatto appello a qualsiasi privato, società, fondazione o associazione, che nel rispetto delle finalità del nostro progetto, possa proporsi come produttore. Per realizzare questo progetto occorrono i soldi, è giusto avere il coraggio e l’umiltà di chiederli a tutti coloro che credono in Medjugorje, che sentono il legame forte con la Gospa.

Fonte: ZENIT

Testimonianza “Io lesbica e abortista, convertita a Medjugorje”

“Io lesbica e abortista, convertita a Medjugorje”

Ricordo bene quel giorno di febbraio. Ero all’università. Ogni tanto guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo se Sara fosse già partita. Sara era rimasta incinta durante un rapida storia chiusa con un test di gravidanza positivo. Si era rivolta a me per un aiuto, non sapeva che fare. “È solo un grumo di cellule” dicevamo. Poi arrivò quella decisione. Mi sentivo fiera di aver consigliato a Sara di abortire. Credevo fermamente in quella libertà che concede alla donna di gestire la propria sessualità e di controllare la maternità, fino a eliminarla del tutto. Figli compresi.

Eppure, quel giorno di febbraio qualcosa si frantumò. Se ero così sicura delle mie convinzioni, perché ogni anno mi tornava alla mente l’anniversario di quel pomeriggio, l’odore dell’ospedale, il pianto di Sara? Perché ogni volta che vedevo un neonato, ripensavo a quella scelta con profonda tristezza? La risposta arrivò qualche anno dopo, durante un seminario pro-life al quale partecipai. Lì, scoprii cosa fosse realmente un aborto: un omicidio. O meglio: quello che chiamavo diritto all’aborto era in realtà un omicidio multiplo dove la madre e il bambino rappresentavano le principali vittime alle quali andavano aggiunte le morti interiori collaterali. Io appartenevo a questo gruppo. Approvando l’aborto, mi procurai una lacerazione interiore di cui però non mi resi subito conto. Un piccolo buco nel cuore a cui non prestai attenzioni, troppo presa dall’entusiasmo di una buona carriera lavorativa appena iniziata e dall’atmosfera progressista nella quale ero immersa.

Ero una terzomondista pronta a promuovere ogni tipo di diritto che potesse rendere la società più equa e giusta, secondo le idee promosse dalle avanguardie culturali. Ero anticlericale: parlare di Chiesa significava scandali, pedofilia, ricchezze smodate, preti il cui interesse era coltivare qualche vizio. Riguardo all’esistenza di Dio, lo consideravo un passatempo per vecchiette in pensione. Nelle relazioni, scoprivo uomini profondamente in crisi con la propria mascolinità, intimoriti dall’aggressività della donna e incapaci di gestire e prendere decisioni. Conoscevo donne stanche (tra cui me stessa) di condurre relazioni con uomini simili a bambini impauriti e immaturi. Provavo sempre più sfiducia verso l’altro sesso, mentre vedevo cresceva una forte complicità con le donne, che si rafforzò quando iniziai a frequentare associazioni e circoli culturali.

I dibattiti e i laboratori erano momenti di confronto sulle questioni sociali, tra cui l’instabilità dell’esistenza umana. Oltre al lavoro, la precarietà aveva iniziato a corrodere lentamente la sfera affettiva. Bisognava rispondere promuovendo le forme di amore basate sulla fluidità dell’emozione e sull’autodeterminazione, dando via libera a quelle relazioni in grado di tenere il passo con i mutamenti della società, cosa che, secondo tale pensiero, la famiglia naturale non era più in grado di assolvere.  Era necessario svincolarsi dal rapporto maschio-femmina, reputato ormai conflittuale anziché complementare.

In un clima così effervescente, nel giro di poco tempo mi ritrovai a vivere la mia omosessualità. Accadde tutto in modo semplice. Mi sentii appagata e credetti così di aver trovato una completezza interiore. Ero certa che solo con una donna al mio fianco avrei trovato quella piena realizzazione che era la giusta combinazione di sentimento, emozioni e ideali. Poco alla volta, però, quel vortice di condivisione emotiva che si instaurava con le donne sotto le false spoglie di feeling, iniziò a consumarmi fino ad alimentare quel senso di vuoto nato dall’aborto di Sara.

Appoggiando la propaganda abortista, infatti, avevo iniziato ad uccidere me stessa, a partire dal senso di maternità. Stavo negando qualcosa che comprende sì il rapporto madre-figlio, ma oltre. Infatti, ogni donna è madre che sa accogliere e tessere i legami della società: la famiglia, gli amici e gli affetti. La donna esercita una “maternità allargata” che genera vita: è un dono che conferisce senso alle relazioni, le riempie di contenuti e le custodisce. Avendo strappato da me questo dono prezioso, mi ritrovai spogliata della mia identità femminile e in me si creò “quel piccolo buco nel cuore” che poi divenne una voragine nel momento in cui vissi la mia omosessualità. Attraverso la relazione con una donna, stavo cercando di riprendere quella femminilità di cui mi ero privata.

Nel pieno di questo terremoto, mi giunse un invito inaspettato: un viaggio per Medjugorje. Fu mia sorella a propormelo. Anche lei non era una fan della Chiesa, non estremista come me, ma quel che bastava perché la sua proposta mi spiazzasse. Me lo chiese poiché vi era stata qualche mese prima con un gruppo di amici: ci andò per curiosità e ora voleva condividere con me questa esperienza che, a detta sua, era stata rivoluzionaria.  Mi ripeteva spesso “tu non sai cosa vuol dire” a tal punto che accettai. Volevo proprio vedere cosa ci fosse. Di lei mi fidavo, sapevo che era una persona ragionevole e dunque qualcosa doveva averla toccata. Comunque, rimanevo della mia idea: dalla religione non poteva giungere nulla di buono, tantomeno da un posto dove sei persone dichiaravano di avere delle apparizioni che per me significava una banale suggestione collettiva.

Con questo mio bagaglio di idee, partimmo. Ed ecco la sorpresa. Ascoltando il racconto di chi stava vivendo questo fenomeno (i diretti protagonisti, gli abitanti del posto, i medici che avevano condotto analisi sui veggenti), mi resi conto dei miei pregiudizi e di come questi mi rendessero cieca e mi impedissero di osservare la realtà per ciò che era. Ero partita ritenendo che a Medjugorje fosse tutto finto semplicemente perché per me la religione era finta e inventata per opprimere la libertà di popoli creduloni. Eppure, questa mia convinzione dovette fare i conti con un fatto tangibile: lì a Medjugorje c’era un flusso oceanico di persone che accorrevano da tutto il mondo.  Come poteva essere finto questo evento e rimanere in piedi per più di trent’anni?

Una menzogna non ha lunga durata, dopo un po’ emerge. Invece, ascoltando molte testimonianze, la gente tornando a casa continuava un percorso di fede, si accostava ai sacramenti, situazioni famigliari drammatiche si risolvevano, malati che guarivano, soprattutto dalle malattie dell’anima, come quelle che comunemente chiamiamo ansie, depressioni, paranoie, che spesso spingono al suicidio. Cosa c’era a Medjugorje tanto da ribaltare la vita di quella moltitudine? O meglio: chi c’era? Lo scoprii ben presto. Lì c’era un Dio vivo che si occupava dei suoi figli attraverso le mani di Maria. Questa nuova scoperta si concretizzò con l’ascolto delle testimonianza di chi era passato in quel luogo e aveva deciso di rimanere per prestare servizio in qualche comunità e per raccontare ai pellegrini come questa Madre operi laboriosamente per togliere i propri figli dall’inquietudine. Quel senso di vuoto che mi accompagnava era uno stato dell’anima che potevo condividere con chi aveva vissuto esperienze simile alle mie, ma che a differenza di me, aveva smesso di vagare.

Da quel momento, iniziai a pormi dei quesiti: Qual era la realtà in grado di portarmi ad una piena realizzazione? Lo stile di vita che avevo intrapreso corrispondeva effettivamente al mio vero bene oppure era un male che aveva contribuito a sviluppare quelle ferite dell’anima? A Medjugorje avevo fatto un’esperienza di Dio concreta: la sofferenza di chi aveva vissuto un’identità frantumata era anche la mia sofferenza e l’ascolto delle loro testimonianze e della loro “resurrezione” mi aveva aperto gli occhi, quegli stessi occhi che in passato vedevano la fede con le lenti asettiche del pregiudizio.  Ora, quell’esperienza di Dio  che “non lascia mai soli i suoi figli e soprattutto non nel dolore e non nella disperazione” iniziata a Medjugorje continuò nella mia vita, frequentando la Santa Messa. Avevo sete di verità e trovavo ristoro solo attingendo a quella fonte di acqua viva che si chiama Parola di Dio. Qui, infatti, trovai inciso il mio nome, la mia storia, la mia identità; poco alla volta compresi che il Signore pone un progetto originale per ciascun figlio, fatto di talenti e qualità che conferiscono unicità alla persona.

Lentamente, la cecità che offuscava la ragione si sciolse e in me nacque il dubbio che quei diritti alla libertà nei quali avevo sempre creduto, fossero in realtà un male camuffato da bene che impedivano alla vera Francesca di emergere nella sua integrità. Con occhi nuovi, intrapresi un percorso nel quale cercai di comprendere la verità della mia identità. Partecipai a dei seminari pro-life e lì mi confrontai con chi aveva vissuto esperienze simili alla mia, con psicoterapeuti e sacerdoti esperti sulle tematiche legate all’identità: finalmente, ero senza lenti teoriche e vivevo la realtà. Infatti, qui misi insieme i pezzi di questo intricato puzzle che era diventata la mia vita: se prima i pezzi erano sparsi e incastrati in malo modo, adesso stavano assumendo un ordine tale per cui iniziavo a intravedere un disegno: la mia omosessualità era stata la conseguenza di una identità tagliata del femminismo e dell’aborto. Proprio ciò in cui per anni avevo creduto potesse pienamente realizzarmi, mi aveva uccisa, vendendomi menzogne spacciate per verità.

Partendo da questa consapevolezza, iniziai a  riconnettermi con la mia identità di donna, riprendendo ciò che mi era stato rubato: me stessa. Oggi sono sposata e al mio fianco cammina Davide che mi è stato vicino in questo percorso. Per ciascuno di noi esiste un progetto creato da Colui che é l’unico in grado di guidarci realmente a ciò che siamo. Tutto sta nel dire il nostro sì come figli di Dio, senza avere la presunzione di uccidere quel progetto con false aspettative ideologiche che mai potranno sostituire la nostra natura di uomini e donne.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Testimonianza al Festival dei Giovani 2016

“Dobbiamo imparare ad essere misericordiosi, è una scuola di vita”

Non molto tempo fa, diverse persone ci hanno detto che, venendo al Festival dei Giovani, “ricaricano le batterie”, per poi trarne a lungo la forza per continuare a vivere. Andrea Ćurković è nativa di Livno, ma attualmente vive in

Svizzera. Ci ha rivelato che, quando torna da Medjugorje, le persone che incontra nella sua quotidianità vedono in lei un cambiamento positivo e notano che lei irradia gioia e pace. Si rende conto che questa potrebbe anche essere una via per stimolare altri alla conversione, o un modo per portare altri nel luogo in cui molti si convertono.

“A Medjugorje si percepisce sempre una benedizione, ci si rifocilla e si riceve una forza nuova per vivere. Venivo a Medjugorje anche con la mia famiglia, e ho partecipato per la prima volta al Festival dei Giovani venti anni fa. Ogni volta è un’esperienza nuova, un’esperienza meravigliosa. Quando poi torniamo nella nostra quotidianità, gli altri riconoscono che qualcosa in noi è cambiato. Così anche noi stessi possiamo renderci conto che qualcosa è successo davvero, e che possiamo convertire qualche cuore. Dobbiamo imparare ad essere misericordiosi, è una scuola di vita. La Madonna ci invita a farlo e ci dà le indicazioni per riuscirci”.

Per me Medjugorje è un luogo santo

Per me Medjugorje è un luogo santo”

In questi giorni centrali del mese di settembre 2016, l’Ufficio informazioni registra la presenza a Medjugorje di gruppi di pellegrini dall’Ucraina, dalla Repubblica Ceca, dall’Ungheria, dalla Slovacchia, dagli USA, dall’Inghilterra, dall’Irlanda, dal Canada, dalla Spagna, dal Belgio, dalla Francia, dall’Italia, dal Libano, dalla Corea, da Malta, dalla Romania, dall’Austria, dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Polonia e dal Brasile.

Nei giorni scorsi abbiamo incontrato Zoran Bukur, un pellegrino che vive nel territorio della parrocchia di San Carlo Borromeo a Pančevo (Serbia). Questo è il suo quarto pellegrinaggio a Medjugorje. La prima venuta di Zoran a Medjugorje risale al 1988. Poi è scoppiata la guerra, per cui non ha più avuto la possibilità di recarsi in questo luogo.

Della sua esperienza a Medjugorje, questo pellegrino di Pančevo ha detto: “Fin da quando ho coscienza di me stesso, mi sono sempre sentito legato alla Chiesa Cattolica. Ho saputo di Medjugorje leggendo la rivista “Glas Koncila (“La voce del Concilio”), che a quel tempo ricevevamo regolarmente in parrocchia. Penso di esser stato condotto qui dallo Spirito Santo. Sono stato anche al Santuario di Marija Bistrica, ma Medjugorje è entrata nel mio cuore in modo particolare. E’ difficile descrivere come mi sento a Medjugorje. Qui sento la presenza di Maria. Per me Medjugorje è un luogo santo. Essere a Medjugorje per me è un motivo di festa”.

Messaggio del 2 settembre 2016 dato Mirjana

“Cari figli

secondo la volontà di mio Figlio ed il mio materno amore vengo a voi, miei figli, ed in particolare per coloro che ancora non hanno conosciuto l’amore di mio Figlio. Vengo a voi che pensate a me, che mi invocate. A voi do il mio materno amore e porto la benedizione di mio Figlio. Avete cuori puri e aperti? Vedete i doni, i segni della mia presenza e del mio amore? Figli miei, nella vostra vita terrena ispiratevi al mio esempio. La mia vita è stata dolore, silenzio ed un’immensa fede e fiducia nel Padre Celeste. Nulla è casuale: né il dolore, né la gioia, né la sofferenza, né l’amore. Sono tutte grazie che mio Figlio vi dona e che vi conducono alla vita eterna. Mio Figlio vi chiede l’amore e la preghiera in lui. Amare e pregare in lui vuol dire — come Madre voglio insegnarvelo — pregare nel silenzio della propria anima, e non soltanto recitare con le labbra. Lo è anche il più piccolo bel gesto compiuto nel nome di mio Figlio; lo è la pazienza, la misericordia, l’accettazione del dolore ed il sacrificio fatto per gli altri. Figli miei, mio Figlio vi guarda. Pregate per vedere anche voi il suo volto, ed affinché esso possa esservi rivelato. Figli miei, io vi rivelo l’unica ed autentica verità. Pregate per comprenderla e poter diffondere amore e speranza, per poter essere apostoli del mio amore. Il mio Cuore materno ama in modo particolare i pastori. Pregate per le loro mani benedette.

Vi ringrazio!”.

Messaggio del Cardinal Schönborn ai giovani

Anche quest’anno il nostro caro amico di Vienna, il Cardinale Christoph Schönborn, ha voluto avere un ricordo per tutti i partecipanti al Festival dei Giovani:

 

 

 

 

 

“Cari fratelli e sorelle giovani!

Dopo i giorni meravigliosi della Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia con Papa Francesco, a cui anch’io ho partecipato, mi rallegro particolarmente nell’inviare i miei saluti a voi, riuniti a Medjugorje. Avete nuovamente risposto all’invito della Madonna in così gran numero, e siete disposti a lasciare che lei vi conduca nuovamente a Gesù. In questo Anno Santo della misericordia, a lei e al Figlio suo potete portare ogni cosa: tutto ciò che vi appesantisce e vi provoca dolore; tutto quello in cui siete inciampati o siete caduti, ma anche ogni cosa in cui avete avuto successo o che vi dà gioia.

NULLA può separarci dall’amore di Cristo, che sorpassa ogni intelligenza. Chiedo ad ognuno di voi di pensare al fatto che Gesù lo ama davvero: lui TI conosce e TI comprende. Egli TI perdona e TI tiene con forza tra le sue braccia. La Madonna è tua Madre e ti guarda. Possano queste essere per voi giornate benedette! Pregate per il nostro caro Papa Francesco!

Il vostro Cardinal Schönborn”.