Testimonianza di Roland Patzleiner

Testimonianza di Roland Patzleiner tratta da “Madre di Misericordia” di fra Francesco Maria Rizzi, Editrice Shalom

Mi chiamo Roland Patzleiner e faccio parte della comunità religiosa Figli del divino amore. Da anni vivo nella nostra casa di Medjugorje e presto servizio insieme ai miei fratelli, presso la parrocchia di San Giacomo con il ministero del canto. Ho 37 anni e sono nato a Bolzano, nell’Alto Adige. La mia famiglia è di madrelingua tedesca; la nostra cultura è austriaca Sono cresciuto in un ambiente cattolico e in una famiglia credente con tradizioni cattoliche. Dalla quinta elementare in poi ho fatto il chierichetto per nove anni nella mia parrocchia.

A scuola mi trovavo spesso a disagio perché facevo fatica a seguire ciò che facevano gli altri e ad essere diligente. Ero un tipo piuttosto introverso. In famiglia mancava il dialogo e non c’era la preghiera, fuorché quella dei pasti. Così crescendo negli ambienti scolastici e tra gli amici, a 13 anni ho iniziato a fumare e a bere alcool.

Ero ad una festa di compleanno dove ho sperimentato la prima volta l’effetto dell’alcool bevuto in eccesso e quella gioia e apertura che avevo vissuto si trasformarono per me in una realtà da ambire per sfuggire dalle cose che non riuscivo ad affrontare, legate al sacrificio e alla sofferenza, necessarie per crescere e vivere la vita. Quando finii la scuola media lasciai il servizio di chierichetto e mi allontanai dai sacramenti. La mia casa si trasformò in albergo dove andavo solo per mangiare e dormire e la mia pseudo-famiglia diventarono i cosiddetti amici e compagni di strada. La situazione interiore di instabilità e fragilità si manifestava sempre di più con l’incapacità di concludere qualcosa di buono. All’alcool e alla sigaretta si aggiunse ben presto la droga leggera e poi tutti gli altri tipi di droga più pesante, anche se ho avuto la grazia di non usare mai le siringhe.

Ho iniziato tre scuole superiori e non sono riuscito a finire neanche un anno. Poi ho abbandonato la scuola e ho iniziato a lavorare. Anche lì non riuscivo a resistere più di sei sette mesi in un posto, poi dovevo cambiare. Dai 14 ai 21 anni sono cresciuto in questo modo, maturando in me una inconsistenza e fragilità interiore grandissime. La musica era per me un altro elemento importante della mia vita. Da piccolo avevo già imparato a suonare la chitarra. Suonavo nei gruppi e seguivo i grandi idoli della musica Rock e del Heavy Metal.

Una volta in casa, con mamma e papà mi arrabbiai per una cosa e dentro di me si scatenò un odio e una ribellione tale che, come tante altre volte, andai nel soggiorno sbattendo dietro di me la porta con violenza e chiudendola a chiave, per ascoltare a tutto volume la musica che disturbava tutto il condominio, la musica del mio gruppo preferito, all’epoca i Krokus, gruppo svizzero di Heavy Metal, sentendo dentro di me che si alimentavano i miei sentimenti di ribellione. Ho specificato il gruppo perché mi rimase impresso che il chitarrista di quel gruppo (mio grande idolo), tempo dopo si tolse la vita. Tali erano i miei personaggi da imitare e per i quali sentivo simpatia, nonostante non li avessi mai incontrati.

Quello che volevo realizzare nella mia vita era diventare un chitarrista di quelli famosi, virtuosisti, e con la droga e l’alcool “pacificare e nutrire il mio interiore”. Questa era la prospettiva della mia vita. Quante ore trascorse nel nostro luogo di ritrovo che si chiamava “panchina”, dove ci si aspettava per drogarsi insieme e poi fare dei giri in città per combinare qualcosa. Nella mia chiusura e distorsione, crescevo senza imparare a relazionare e a scoprire cosa è la vita. L’altro sesso era solo oggetto di desiderio, era lontano da me sapere cosa voleva dire amarlo. Le compagnie che frequentavo erano coinvolte in spiritismo e anche se io non partecipavo a queste cose, il male, comunque, mi aveva lo stesso legato e abbindolato.

La droga mi indeboliva la volontà. Non volevo niente di preciso, solo quello che secondo me serviva al momento per star bene, tranquillo. Un giorno, un mio amico mi voleva presentare allo stregone della mia città, che si chiamava con il soprannome “dente avvelenato”, ma grazie a Dio, non l’ho mai incontrato. Mi ricordo alcuni avvenimenti che mi sono accaduti quando ero particolarmente sotto l’influsso delle droghe e uno di questi è ciò che segue: una sera camminavo in un vicolo stretto e buio che si trovava vicino alla casa di un amico che stavo aspettando, ero abbastanza “fuori”; ad un tratto, e mi vengono i brividi a ricordarlo, passò accanto a me un uomo snello, alto, vestito con un frack nero, un cappello e un bastone ma non potevo vedere la sua faccia, poi lo vidi scomparire fisicamente mentre si allontanava e rimasi impietrito.

Solo molto tempo dopo, dopo la conversione, capii il significato di quell’esperienza, cioè, che con la vita che conducevo satana camminava al mio fianco.

Con le diverse esperienze del male, il maligno voleva far maturare in me la fuga finale: il suicidio, perché nei momenti di riflessione, non potevo trovare il senso della vita.

Ero favorito dalla mia abilità acquisita di sfuggire la realtà, la fatica, la sofferenza, e coerente con dottrine trasmesse dagli spiriti del male attraverso la musica satanica e il mio egoismo: non rimaneva altro che compiere la grande fuga.

Questo era il sottile intento che stavo maturando in quella condizione di uno che è lontano da Dio, da se stesso, dalla sua famiglia e dalla realtà.

In quegli anni di tenebre i miei genitori, già da tempo, avevano incominciato a frequentare un gruppo del Rinnovamento carismatico tedesco ed erano venuti a Medjugorje la prima volta. Pregavano tanto per me insieme ad altri. Mia mamma, quando venne a Medjugorje, sentiva che doveva riuscire a portarmi là, aveva posto tutte le sue speranze nella Mamma celeste.

Marisa Baldessari di Bolzano, organizzava ogni mese un pullman per Medjugorje e tante volte mia mamma mi diceva: “Roland guarda a Medjugorje appare la Madonna , vai!” E io rispondevo: “Sì. sì…!” Non avevo nessun interesse. Un giorno mia mamma insieme a Marisa sono riuscite nel loro intento di farmi arrivare a Medjugorje, perché insistevano tanto, e quel poco di buono che era in me, non poteva più rifiutare, perché dicevano che il viaggio era gratis.

Accettai per far tacere mia mamma. Mi ricordo, non andai neanche in chiesa, né sulla collina delle apparizioni, né sul Krizevac, l’unica cosa che mi interessava nell’87, era il tabacco.

Tornai a casa, continuando la mia vita. Ben presto la mia situazione peggiorò a tal punto che dissi nel mio cuore: “Se non cambierà qualcosa nella mia vita entro breve, la faccio finita”. Dieci giorni dopo mi trovai a Medjugorje.

All’arrivo la Mamma celeste mi liberò dalla droga e da altri vizi e incominciai a seguire ciò che facevano i pellegrini. A Medjugorje mi sentivo a casa.

Quando ero sulla collina delle apparizioni, sul Krizevac, in chiesa, quando camminavo sui sentieri tra i campi sentivo una pace e un amore grande che mi avvolgeva. Mi sentivo accettato e amato.

Fin dall’inizio mi rimase impressa Jelena Vasilij, perché Marisa ci portava sempre da lei, all’incontro e perché mi piaceva tanto quella ragazza, era dolce e bella ed emanava qualcosa di speciale. L’esperienza che mi ha aiutato di più ad introdurmi nella vita spirituale e a vivere la fede è stata quella della preghiera comunitaria nella chiesa di Medjugorje, poi quella dei gruppi di preghiera e della comunità.

Sentivo una forza che mi aiutava a superare tante cose che altrimenti avrebbero impedito l’apertura del mio cuore alla grazia.

Dopo quel pellegrinaggio feci il primo tentativo di cambiare vita. Tornato a casa però dopo poco tempo incontrando gli amici, ricaddi fino a usare di nuovo la droga. Ci voleva poi sempre tanta grazia per riuscire ad uscire di nuovo ed era impossibile senza distacco dagli ambienti cattivi e senza Medjugorje. Così un’altra volta, mia mamma era riuscita a convincermi a tornare a Medjugorje, ma non volevo lasciare la droga leggera perché ero iperconvinto che non era poi una cosa così malvagia e grave e che si poteva usare anche vivendo normalmente. Invece non è assolutamente così.

È stata proprio quella ad indebolirmi la volontà, e le facoltà spirituali di conseguenza, a tal punto da non riuscire a lottare e contrappormi al male. Per farmi capire questo, la Mamma celeste mi fece capitare ciò che segue: quella volta, quando dovevo partire per Medjugorje, decisi di prepararmi gli spinelli per il viaggio e una piccola quantità di droga da prendere con me per quei giorni.

I miei mi portarono al luogo dove partiva il pellegrinaggio. Mia mamma aspettava sempre finché il ‘ pullman non fosse partito, perché aveva paura che io scendessi all’ultimo momento dall’autobus e sparissi per alcuni giorni. Ero capace di farlo.

Avevo nascosto nella tasca interna della mia giacca gli spinelli e l’altra roba e avevo messo la giacca su un sedile dell’autobus dove mi ero piazzato. Non c’erano giovani in quel pellegrinaggio, : c’era più gente anziana. Partiti da Bolzano, non vedevo l’ora che arrivassimo alla dogana tra l’Italia e l’Austria, per poter fumare il mio spinello e alleggerirmi il viaggio così lungo.

Arrivati lì, scesi tranquillamente prendendo la mia giacca e mi nascosi in un posto appartato. Infilai la mano nella tasca interna della giacca e non trovai più la scatolina. Mi prese un colpo: agitatissimo cercai in tutta la giacca, ma niente.

Corsi al pullman e cercai sotto il sedile ovunque poteva essere caduto, ma niente. Nessuno poteva averlo rubato o preso perché: 1. nessuno sapeva di questa cosa, neanche i miei a casa, 2. nessuno sul pullman poteva essere interessato a quella roba.

Allora in quel momento accadde in me una esplosione così forte che mi spaventai di me stesso, perché in tutta la vita non avevo mai sperimentato una violenza così forte dentro di me. Non mi riconoscevo assolutamente e dovetti constatare che quelle sostanze, che io consideravo innocue, non erano poi così tanto innoque per causare una reazione tale. Decisi dentro di me di tornare indietro perché il legame e la dipendenza con la droga era così forte che vedevo con gli occhi della mente il cassetto con dentro il blocco di roba che avevo a casa, coperto con la pellicola d’alluminio. Ma eravamo in Val Pusteria, era mezzanotte e non c’era traffico, né c’erano treni che passavano a quell’ora.

Non si può descrivere come continuai quel viaggio. Arrivati a Medjugorje mi calmai e presi coscienza piano piano. In quel viaggio ebbi una liberazione che si concluse con una lunga confessione, con Padre Philip ofm, che all’epoca era qui a Medjugorje e parlava l’inglese. :

Mi aiutò nella confessione facendomi domande sull’occultismo su ciò che avevo fatto e non avevo fatto, e mi ricordo che piangevo tanto e anche per giorni non sapendo esattamente perché.

Fu allora che, nel viaggio di ritorno, dissi a Marisa: “Non voglio più tornare a casa e stare bene per una settimana e poi ricadere” e le chiedevo cosa significassero le parole di Maria Regina della pace: “Decidetevi per Dio” che mi risuonavano continuamente. Aprendomi a lei, il Signore mi diede la grazia di desiderare e decidermi ad iniziare a pregare ogni giorno un Rosario e andare alla santa Messa ogni giorno. La grazia più grande è stata quella di abbandonare, per me fu un atto eroico, tutti gli amici con cui ero cresciuto nel mondo della musica e della droga.

Fu dura, perché desideravo avere relazioni sane, che avevo iniziato a sperimentare a Medjugorje. Il tempo di prova, di solitudine, non è stato lungo. Poi la Mamma celeste mi ha fatto incontrare il mio primo gruppo di preghiera nella chiesa dei Tre Santi a Bolzano, dove ho incontrato altri amici veri.

Il cuore viene riempito di stupore e gratitudine quando si riesce ad intravedere l’infinita bontà e l’amore con cui Dio, per mezzo di Maria, predispone i suoi disegni provvidenziali per la nostra salvezza. Io fui affidato alle preghiere di un sacerdote che avevo visitato insieme alla mia famiglia a Padova, molti anni prima della mia conversione, Pater Leo Haberstroh. La chiesa di Tre Santi a Bolzano non è la mia parrocchia, ma ho iniziato il mio cammino di conversione nella cappella di quella chiesa e mi sono sempre chiesto come mai il Signore mi ha fatto capitare lì. Poteva essere la mia parrocchia o un altro posto ma sentivo un calore fortissimo in quella cappellina. Il parroco di quel tempo era tanto forte e simpatico, mi ha aiutato molto, si chiamava Don Augusto ed era stato missionario in Brasile. Vorrei, come già detto, riuscire a testimoniare come lavora Dio e la Madonna , quanto è importante la fede e quanto è importante rispondere alla chiamata di Maria Regina della Pace per la propria vita e per quella degli altri e credere che la nostra preghiera e il nostro sacrificio sono importanti anche se spesso non vediamo il frutto.

La Mamma celeste ha detto a Fatima: “Tante anime vanno all’inferno perché non c’è nessuno che prega e si sacrifica per loro.” A Medjugorje continua ad invitare alla preghiera e al sacrificio: “Senza le vostre preghiere non posso realizzare ciò che desidero”.

Il sacrificio e la preghiera di quel sacerdote, insieme a quello dei miei cari e di coloro che Dio ha voluto usare per la mia salvezza, ha fatto sì che io potessi uscire da una situazione dalla quale non potevo uscire da solo perché il male mi aveva intrappolato e imprigionato e aveva inibite le facoltà necessarie per una libera e volontaria risposta all’amore di Dio e alla sua salvezza.

Sono riuscito a cogliere questa realtà in quel giorno in cui ho ritrovato l’immaginetta ricordo di quel sacerdote, sulla quale c’era descritta brevissimamente la sua vita e diceva che lui era stato promotore e guida del gruppo di preghiera del rosario a Bolzano, proprio in quella cappellina della chiesa dei Tre Santi, avviato nel 1982, dopo l’inizio delle apparizioni a Medjugorje.

Con il dono della musica, che usai sempre più per accompagnare i momenti di preghiera, incominciai a frequentare almeno tre, quattro gruppi di preghiera alla settimana.

Nel 1990 feci qualcosa che fu, che è e che sarà, fino alla fine della mia vita terrena, un sostegno e un atto decisivo per compiere sempre la volontà di Dio, per la mia salvezza e di coloro che il buon Dio mi vorrà affidare: la consacrazione di me stesso a Gesù, Sapienza incarnata, per mezzo di Maria, secondo San Luigi Grignon de Montfort.

I miei pellegrinaggi a Medjugorje hanno maturato in me quel desiderio che mi fece fare la preparazione alla consacrazione per trenta giorni, quotidianamente, meditando e pregando ciò che il Montfort suggerisce.

Ogni settimana mi incontravo con un gruppo a Merano vivendo insieme un momento di questa preparazione per poi compiere insieme l’atto di consacrazione nel giorno mariano stabilito che fu il 1 maggio del 1990, a Schio.

Nello stesso anno, mi ricordo, ebbi la grazia di vivere una esperienza di fede bellissima, in cui sperimentai la provvidenza di Dio e l’amore della Mamma celeste e la sua vicinanza. Bisogna, in questo caso tenere presente che io non ero mai riuscito a concludere niente di serio nella vita, come scuole e corsi, anche nei diversi lavori che avevo iniziato non riuscivo ad essere perseverante. Ero irrequieto, instabile e sempre alla ricerca di novità.

Ero tornato a casa dopo una delle mie permanenze prolungate a Medjugorje. Erano i primi di gennaio. I miei genitori e conoscenti sapevano che ero così, ma vedevano anche i miglioramenti che avevo fatto con l’aiuto di Medjugorje. Volevo dare consolazione ai miei, mostrando loro che volevo mettere a posto la mia vita con l’aiuto di Maria Regina della Pace. Decisi di andare a lavorare.

Mio padre, attraverso un amico di un gruppo di preghiera, mi procurò un lavoro come magazziniere. Incominciai il lavoro nel mese di febbraio. Ogni giorno andavo a Messa e non andavo a dormire senza aver pregato un rosario.

Al lavoro andavo bene e in breve tempo, dopo alcuni mesi, mi proposero di diventare capo-magazziniere. Ma cosa era successo? Nel mio cuore sentivo sempre più fortemente che dovevo tornare a Medjugorje, non sapevo perché, come, e quando, sapevo solo che dovevo tornare.

Ora, il problema era enorme, e quasi impossibile da gestire: non volevo deludere mio papà, dando l’ennesimo segno di incostanza; l’amico del gruppo di preghiera che aveva fatto sì che trovassi il lavoro, chissà cosa avrebbe pensato e infine il capo della ditta, che mi stimava e mi aveva offerto la promozione, cosa avrebbe detto? Per la mia fragilità mi sembrava una situazione insormontabile. L’unica cosa che potevo fare era continuare a pregare e offrire le sante Messe dicendo alla Mamma celeste che se mi voleva a Medjugorje ci doveva pensare Lei, perché per me, umanamente, era impossibile. Non passò molto tempo ed ebbi il coraggio di accennare qualcosa ai miei e dissi loro: “Sento che devo andare a Medjugorje” e la risposta fu: “Se tu pensi, va bene”. Era incredibile, perché sentivo che non erano preoccupati per questa decisione ed ero contento perché l’unica cosa che volevo evitare ad ogni costo era amareggiarli ancora.

L’altra situazione da superare era il colloquio con il capo. Mi dispiaceva deluderlo e rifiutare la sua proposta. Presi comunque l’appuntamento. La Mamma celeste mi suggerì di formulare il mio discorso d’addio nel modo seguente: “Herr Direktor, volevo informarla delle mie dimissioni, perché voglio dedicare un tempo all’approfondimento della mia vita spirituale e vivere un tempo di discernimento a Medjugorje”.

La sua risposta fu sbalorditiva, e me la ricorderò sempre: “Caro Roland, sono ammirato da ciò che desideri fare e stimo la tua decisione. Per me va bene, e se tu dovessi avere bisogno di un aiuto di qualsiasi tipo, basta che vieni”.

Una parte dei meravigliosi piani di Maria si era compiuta. Ma non era finita. Partii per Medjugorje con la mia chitarra e la mia valigia, da solo. Non sapevo per che cosa, dove andare e cosa fare, per quanto. Mi ricordo bene, e ringrazierò sempre il Signore per quella semplicità di fede che mi aveva dato da vivere in quei tempi, arrivai a Medjugorje verso sera e appoggiai i bagagli e mi dissi: “Eccomi Mamma celeste, sono qua! Ed ora?”. Non sapevo neanche dove andare a dormire. Andai al programma serale per pregare il rosario e offrire la Santa Messa e per dire ufficialmente a Gesù e Maria: “Sono qua, mi avete chiamato, cosa devo fare?”. Feci questa domanda durante la santa comunione e sentii una grande pace. Dopo i sette Pater, Ave e Gloria mi alzai per andare via e mentre mi allontanavo incontrai Pola, una ragazza irlandese che avevo conosciuto nell’ 88, insieme ad Ante che sarà il suo futuro marito, a Padre Francesco che all’epoca non era frate e ad altri nella casa di Boro Cilic, carissimo parrocchiano di Medjugorje, e mi dice:

“Ah! Tu sei qui?! Bene, vorresti lavorare con la nostra équipe irlandese per suonare e cantare per i gruppi di pellegrini irlandesi? Ti diamo vitto e alloggio e ogni settimana una piccola retribuzione!”. Cosa pensate che abbia risposto?

Veramente la Mamma celeste aveva organizzato tutto molto bene!!! Accettai e trascorsi un altro bel periodo a Medjugorje esercitando il ministero della musica che si stava formando sempre più per quello che la Madonna aveva in progetto.

La musica nella mia vita

La musica per me è stata sempre una cosa molto importante. Fu mia mamma ad insegnarmi con grande dolcezza i primi accordi sulla chitarra. Poi fu mio zio ad insegnarmi il primo Boogie Woogie e il primo Rock’n Roll. Ero piccolo Poco dopo lasciai. A 13-14 anni ripresi in mano la chitarra, perché mi avevano invitato a suonare in un complesso. Il talento che Dio mi aveva dato lo iniziai a usare per la mia gloria e le mie ambizioni. La musica fu la mia prima droga, nel senso lato, perché mi aiutava a fuggire dalla realtà, che alla mia sensibilità si fece sempre più difficile.

Il Rock satanico ebbe un effetto devastante sulla mia anima. Nei momenti più difficili divenne un’abitudine per me chiudermi a chiave nella mia stanza e frastornarmi con la musica pesante, che aveva l’effetto come di un acido che aizzava la mia anima all’odio e alla ribellione verso i genitori e verso la vita e non parlavo per giorni.

La musica è capace di veicolare forza spirituale, che è poi l’espressione di quello che l’autore vuol trasmettere. La musica ha il potere di suscitare impulsi e sentimenti a livello psichico, spirituale e fisico con le onde sonore prodotte dallo strumento o dalle voci che determinano fortemente lo stato d’animo della persona.

Nei concerti di Rock satanico vengono studiate e impostate le frequenze sonore (bassi, medi, alti) in modo tale da colpire le parti del corpo dove vengono suscitati gli stimoli del sesso, della violenza, della ribellione, della rabbia e possono portare anche al suicidio. Tanti giovani dopo un concerto del genere si sono tolti la vita, moltissimi vanno in depressione e hanno sfoghi disordinati che non permettono più di vivere la vita nell’equilibrio psichofisico.

Altri tipi di musica più leggera sono pieni di sensualità e trasmettono messaggi che annullano i valori morali e portano al disprezzo della vita destando sentimenti di tristezza, di malinconia, di pesantezza d’animo.

Nonostante ciò, questa realtà della musica del mondo porta in sé un fascino per tanti irresistibile ed è quello dello spirito del mondo, di Satana che vuole sedurre, specialmente i giovani e “imbambolarli” e rubare loro la libertà interiore e la loro dignità di figli di Dio con i suoi inganni e le sue false luci, quelle di una vita immaginaria, impossibile. Anche il mondo cinematografico forma una visione della vita lontana dalla realtà e aumenta l’insoddisfazione e il disprezzo per la vita stessa, proponendola in modo immaginario, impossibile da realizzare.

Tanti autori e gruppi musicali hanno venduto l’anima a Satana per il successo e il potere e tantissime case discografiche sono state consacrate a Satana. Condizionato e influenzato da questi spiriti, con la musica, la droga e la vita disordinata ho fatto esperienza di una profonda insoddisfazione, della paura, delle tenebre e del non senso della vita. Vivendo in ambienti così carichi di negatività la mia vita era ossessionata dagli spiriti del male che non permettevano la mia crescita interiore. A Medjugorje, P. Slavko, dal quale andai spesso a confessarmi, alla fine della confessione pregava sempre per la libertà interiore e la mia guarigione. Come nel male, più ancora nel bene, la musica è stato per me uno strumento importante per la mia guarigione e per la mia conversione. Fu grazie ad una cassetta di un cantante croato famoso, che nel 1986, più o meno, aveva registrato e dedicato una raccolta di canti a Maria Regina della Pace, che essa avvenne.

Non mi ricordo come e quando mi era pervenuta quella cassetta, ma quando dovetti tornare in Italia e assolvere il servizio militare, che mi allontanò parecchio dal cammino intrapreso, ascoltando quella cassetta piangevo tanto e mi sentivo a Medjugorje.

Dopo ogni pianto sentivo una grande pace interiore e una forza nuova; sentivo la consolazione della Mamma celeste e la certezza di tornare lì presto.

Piano piano fui liberato sempre più dagli attaccamenti sbagliati e dalle influenze negative. La preghiera e la pratica dei messaggi di Maria erano il fondamento. Ma per essere liberato definitivamente, per quanto riguarda la musica, consacrai il dono della musica alla Madonna e dovetti tagliare nettamente con tutto ciò che mi poteva ancora legare a quelle cose. Promisi alla Mamma celeste di non suonare mai più canti del mondo e di eliminare tutti i dischi cattivi che avevo in casa, all’epoca c’erano gli LP grossi. In me era maturata la certezza che ad ogni disco della musica satanica, era legato un demonio e sentivo la negatività del “pandemonio” che avevo ancora in casa e con cui dovevo ancora troncare definitivamente senza lasciare tracce.

Già troppo mi avevano deviato e ingannato con illusioni e inganni. Allora mi dissi: “Va be’, li regalerò a qualcuno”, ma la coscienza rispondeva: “No, no! Se vuoi bene ai tuoi amici non puoi regalare a loro dei demoni!”. Così un bel giorno uscii con alcuni cartoni pieni di quei dischi e li feci sparire nel cassonetto dell’immondizia. Un pò doleva il cuore, ma era un dolore sano che portò il suo frutto perché dopo quel gesto cambiarono le relazioni tra di noi in famiglia e ci fu più apertura.

I sacrifici e le rinunce per quanto riguarda la musica, nella mia vita, non sono paragonabili a ciò che la Mamma celeste mi ha dato poi in gioia e felicità, affidandole tutto. A Medjugorje mi ha cambiato totalmente: prima suonavo esclusivamente la chitarra elettrica, come virtuosista e non cantavo. Poi ho iniziato ad accompagnare e cantare i canti di Maria e Gesù. È stato per me spesso una grande scuola di mortificazione e di umiltà, ma il Signore non si lascia battere in generosità. A partire dal 1993 iniziai a sviluppare il dono di compositore e autore di canti. Non avrei mai immaginato che un giorno venissero cantati in tutto il mondo durante le liturgie, le preghiere e le Adorazioni e che sarei stato chiamato a girare il mondo per portare lo spirito di preghiera e di adorazione con la musica e per animare grandi incontri.

Siamo stati invitati come comunità già due volte negli Stati Uniti, in oltre 15 stati diversi, in Korea, e in molti paesi dell’Europa.

Da quattro anni sono stabile a Medjugorje in comunità, prestando servizio in parrocchia, ogni giorno con il canto e l’accompagnamento. Tutti i lavori e le registrazioni, in comunità li consacriamo a Maria, al suo Cuore Immacolato, per contrastare le opere del male nel campo della musica. Noi con fede crediamo che ad ogni dischetto è legato un angelo buono che intercede e prega per la conversione, la pace e la gioia di tutti coloro che ascoltano la nostra musica.

L’inizio e lo sviluppo nella comunità

Alla fine dei periodi lunghi che facevo da solo a Medjugorje, Maria mi fece incontrare Gesù Eucarestia e raggiungere così una delle mete prefisse nella sua scuola dell’amore. Ma la lotta fu contro gli ostacoli del demonio, che erano ancora grandi.

Avevo già incontrato Madre Rosaria, la fondatrice della nostra comunità e il secondo festival dei giovani a Medjugorje, istituito da P. Slavko Barbaric, era vicino. Eravamo in luglio. Un mio amico messicano, con cui trascorsi quel periodo a Medjugorje, incaricato da Madre Rosaria, mi disse prima del festival: “Ehi Roland, tra alcuni giorni inizia il festival dei giovani! Vieni a suonare!”.

Mentre ascoltavo le sue parole sentivo dentro di me una mostruosa resistenza. Con diplomazia risposi: “Ah sì, adesso vediamo”. Passarono i giorni e venne il giorno in cui dopo il programma serale iniziava il festival. Allora mi dissi: “Vado ad imboscarmi in un ristorantino farò una cena prolungata, tranquillo tranquillo, così non mi troverà e non ci andrò!” Così andai in un ristorantino e mi nascosi nell’angolo più remoto del locale e cominciai a cenare. E il tempo passava.

Ogni tanto guardavo l’orologio ed ero sempre più tranquillo. Ma!? Alzo la testa e chi vedo? Quel benedetto amico che stava entrando serenamente proprio in quel locale e guardava e guardava, mi vide e disse: “Ah qui sei! Vieni, vieni sta per iniziare il festival!”. È indescrivibile ciò che sentii dentro.

Un nero, una ribellione una resistenza così forte che mi fece prendere la mia chitarra e avviarmi con lui verso la Chiesa come un cane bastonato.

Arrivammo alla tenda verde dietro la chiesa, dove era preparato un altare con tante candeline rosse per il Santissimo e tanti giovani che erano già lì con chitarre, flauti e altri strumenti. Mi disse l’amico: “Mettiti lì e suona con loro!”. Mi misi lì, e quello che sentivo dentro era terribile, mi sentivo un imbecille, uno stupido: “Cosa faccio qui io, sono tutti matti” mi dissi.

Con questi sentimenti stavo lì ad aspettare, non sapevo cosa, solo che iniziasse qualcosa. Non passò tanto tempo ed entrò un padre francescano con il Santissimo e lo depose in cima sull’altare e noi incominciammo il canto: Adoramus Te Domine. Vi dico: mentre insieme si suonava quel canto, quella melodia semplice, alla presenza di quell’Ostia bianca lì su, le nuvole nere che erano dentro di me, che erano reali, si dileguarono e si dissolsero nell’aria e nel mio cuore entrarono una gioia e una pace indescrivibili. La gioia di essere lì.

Fu il mio primo incontro con Gesù nella santa Eucarestia, accompagnato da Maria. Le opposizioni interiori che avevo non erano solo per questo. Nei giorni seguenti uno dei frati francescani che teneva una delle conferenze, fece la domanda a tutti se c’era qualcuno che si sentisse di offrirsi come anime vittime per mezzo di Maria per la salvezza del mondo.

Quando il frate fece quella domanda il mio cuore si agitò, sentivo che quelle parole erano per me, ma non ne volevo sapere. Non ero ancora libero abbastanza per accogliere la voce del Signore. Ma fu lì che iniziò, sorretto dalle preghiere di Madre Rosaria, il cammino di preparazione per arrivare a cogliere sempre più la mia vocazione.

Padre Slavko spesso disse: ” La Madonna è venuta a Medjugorje per ricordarci che Dio esiste, che siamo preziosi agli occhi suoi e che Egli ha un piano meraviglioso, un progetto per ciascuno di noi”. Lo dobbiamo scoprire quotidianamente nella preghiera e convertirci sempre più a Lui, lasciando che la grazia tolga gli ostacoli che si oppongono alla realizzazione dei piani di Dio.

La Mamma celeste sapeva che avevo bisogno, dopo essere stato liberato dal male più pesante, per così dire, di qualcuno che mi guidasse concretamente a trovare la strada della mia vita, che era insabbiata dall’errore e dal peccato.

In seguito, Madre Rosaria mi invitò per una settimana a seguirla nei suoi pellegrinaggi e nelle sue attività evangelizzatrici. Stando con lei sentivo che si viveva lo spirito di preghiera di Medjugorje anche in Italia in modo intenso. Lunghe preghiere, veglie e pellegrinaggi.

La mia anima aveva bisogno di questo. Un giorno, attraverso un avvenimento banale in casa di Madre Rosaria, scoprii uno dei miei punti più deboli, sul quale dovevo lavorare molto. C’erano sul tavolo della cucina due bottiglie, una di aranciata e una di coca cola. La Madre mi chiese: “Cosa vuoi, aranciata o coca cola?” e io risposi timidamente: “È lo stesso.” Lei mi disse: “No, non è lo stesso, devi decidere!”. In quelle parole percepii una voce che mi esortava a prendere coscienza di quel male che si era velato in certi modi di comportarsi e di agire, troppo condizionati dalla fragilità per essere più fermi e retti nelle azioni.

Capii che per amare si deve essere veri, trasparenti, altrimenti i comportamenti sono ambigui e incerti. Nel 1993 lasciai casa mia per andare a vivere con quel piccolo gruppo che si stava formando attorno a Madre Rosaria. Attraverso la vita comunitaria si avviava così un’altra tappa della mia guarigione e della mia crescita, attraverso la quale ho potuto scoprire tanti altri punti oscuri del mio cuore.

La Madre mi diceva: “Tu sei in un tunnel e hai bisogno di essere guidato fuori da qualcuno di cui ti devi fidare, devi lasciarti prendere per mano e farti guidare perché da solo non ce la fai”. Io sentivo fortemente il suo amore per me.

Fu lei che con tanta pazienza, comprensione, sopportazione e con tanta preghiera mi amò, mi aiutò. Ero ancora molto egoista, individualista, orgoglioso, chiuso e difficile da manovrare; ero sempre stato abituato a vivere da solo.

Ero fragile, ma quando si trattava di difendere le mie vedute e i miei interessi, spesso sbagliati, mi facevo forte, pensando di non aver bisogno di nessuno. Nella mia miseria volevo essere sempre autosufficiente. Invece poi piano piano, ho scoperto la ricchezza e il dono dell’altro, la necessità dell’altro e che ogni cosa è dono, niente è dovuto, niente è scontato. L’altro è necessario per vivere nell’amore e nella pienezza dell’amore. Con quella perseveranza nell’amore della madre ho potuto fare esperienza dell’amore divino che si manifesta nel perdono e nella donazione incondizionata.

Nelle mie infedeltà, nelle mie ribellioni tante volte avrei lasciato il cammino che mi ha portato a comprendere la vera felicità interiore che viene con il sacrificio, con la donazione, pensando più all’altro che a se stessi e che sfuggivo e non avevo voluto imparare prima.

Uno dei primi canti che ho scritto fu Madre del cielo, lo scrissi in un ritiro a Medjugorje con Madre Rosaria nel 1993 per ringraziare la Madonna per tutto ciò che aveva fatto per me. In quel canto ho preso dai messaggi di Maria tanti spunti e in uno di questi Lei dice che vuole che siamo felici su questa terra e poi un giorno in cielo con Lei: “la felicità tu vuoi per noi, già qui su questa terra”.

Quando cantavo questo canto spesso pensavo che quelle parole valevano solo per gli altri, ma non per me, perché passavo lunghi periodi di sofferenza e di tribolazione perché il Signore doveva raddrizzare la pianta del mio essere.

Per arrivare a comprendere che quello che la Madonna intende in quel suo desiderio ho dovuto passare molto tempo in comunità e allora ho capito che intendeva quella felicità che è frutto del sacrificio della croce, della perseveranza e costanza, che io cercavo sempre di evitare. Ma tutti sappiamo che le gioie del mondo sono quelle che si hanno subito e senza fatica, invece quelle che durano sono quelle gioie che sono costate fatica e lotta, e sono quelle gioie che riempiono il cuore di stabilità ed equilibrio. La cosa più difficile in questo, è la lotta per riuscire a superare se stessi sempre più per amare Dio e gli altri. Un altro verso di questo canto è: “liberaci da ogni schiavitù, per vivere di più”. Queste parole le ho vissute profondamente perché sono riferite a tutti coloro che vivono schiavi degli idoli del mondo, schiavi di se stessi, schiavi delle macchinazioni del diavolo che incatenano, come lo ero io, e tengono il cuore dell’uomo lontano dall’amore di Gesù, dalla verità.

Tutti questi soffrono, soffrono tanto, sono quelli che non amano. Solo colui che ama è colui che vive, più si ama più si vive. Gesù ha detto: “sono venuto per dare la vita in abbondanza”. Non si finisce mai di amare su questa terra, non si finisce mai di perdonare. In questo sta la perfezione cristiana. “Vincolo di perfezione è la carità”, la carità che trova il suo apice nel perdono gratuito e incondizionato di Gesù che sulla croce ha detto: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Questo è il programma di vita che ho imparato in comunità e vale la pena di viverlo, per tutti, nessuno escluso. Con il consiglio di Madre Rosaria incominciai di nuovo la scuola. Feci il primo anno di liceo classico, nel quale dovevo anche perfezionare la lingua italiana, essendo di madrelingua tedesca. Fu un anno terribile. Stavo imparando così a sacrificarmi e ad essere perseverante. Solamente con il sostegno di coloro che mi stavano attorno e la preghiera, sono stato capace di concludere il primo anno.

Intanto si era acuita molto la malattia di mia mamma, che ha sofferto per oltre 13 anni la malattia di Altsheimer, assistita eroicamente dal mio papà fino alla fine. Ciò fu uno dei motivi che mi fece tornare a Bolzano e concludere gli studi superiori nella scuola privata, facendo 4 anni del linguistico in due anni.

Nel 1996, poi, sono tornato in comunità definitivamente. Dopo un anno di preghiera nella casa della comunità a Medjugorje, ho iniziato e terminato gli studi di teologia presso l’università di Bologna, insieme con Luigi mio confratello di comunità.

In almeno 10 lunghi anni la Mamma celeste mi ha guidato a compiere piano piano ciò che è la mia chiamata. Con tanta pazienza.

Attraverso la comunità mi ha insegnato la perseveranza e soprattutto il vivere la fede e il vivere nella purezza della fede, come ha fatto Lei, sperare contro ogni speranza, amare, perdonare ed essere riflesso della misericordia infinita di Dio.

Ciò che si è sviluppato insieme a Madre Rosaria è una piccola comunità in formazione di vita religiosa, con il carisma della riparazione. Era quello che avevo percepito nelle parole profetiche di quel frate, molti anni prima, al festival dei giovani, di cui ho parlato. Noi stessi siamo stati i primi a usufruire di quella grazia della vicarietà, con cui si intende il ricevere delle grazie per chi non le cerca né merita, ma che la generosità e l’offerta di altri fratelli hanno meritato.

Insieme a Maria, Madre di Misericordia, siamo stati chiamati da una vita che non aveva più senso e che ci avrebbe lasciati nelle tenebre per sempre. Ora anche noi offriamo la nostra vita e le nostre preghiere per mezzo di Maria e insieme a Lei per gli altri, affinchè tanti possano fare l’esperienza dell’amore di Dio che risana e converte.

Dal 1995 la nostra piccola comunità è presente a Medjugorje, vivendo il programma di preghiera comunitaria e servendo la parrocchia con l’animazione della preghiera e della santa Messa in lingua italiana.

Concludendo voglio ringraziare la Santissima Trinità per il dono di Medjugorje e di Maria, Regina della Pace, per tutti coloro che hanno creduto, sostenuto e promosso Medjugorje, per tutti coloro che hanno pregato e sofferto per la mia conversione e mi sostengono ancora adesso con il loro amore e le loro preghiere, e prego affinchè in modo particolare tutti i giovani abbiano la grazia di trovare sempre la forza di affrontare con coraggio la vita, che vale la pena di essere vissuta, e credere che nessun passato può impedire all’amore di Dio di formare grandissimi santi, e che possano trovare persone mature e forti nella fede e nell’amore divino, per guidarli sul giusto cammino: il cammino della croce che porta alla risurrezione e alla gioia della vita eterna.

Testimonianza di conversione di Umberto Greco

La mia conversione avvenne nell’Agosto del 2008, quando decisi di partire per la prima volta per Medjugorje. Tantissime erano le domande che mi affliggevano sull’esistenza di Dio e che da alcuni anni mi portavano ad allontanarmi dalla Chiesa: non andavo a Messa (le uniche volte erano per Natale, Pasqua e qualche funerale). Calunniavo l’istituzione della Chiesa, offendevo i preti e il papa, ma soprattutto bestemmiavo. Come il fumo, l’alcol o il gioco d’azzardo, la bestemmia può diventare un vizio. E per me, lo era.
Ero arrivato al punto di bestemmiare senza neanche rendermi conto di farlo; ormai era parte del mio linguaggio. Partii con parecchie curiosità, ma soprattutto con il grande desiderio scoprire chi era o cosa fosse la Verità per me; sentivo che non ne sarei rimasto deluso. Inizialmente il viaggio è stato un po’ pesante, con tutto l’autobus che pregava e cantava, e io che mi annoiavo perché volevo dormire o ascoltare la musica. Ma, nonostante tutto, cercavo il più possibile di conformarmi al gruppo e pregare con loro, anche se non sapevo neanche come si usasse un Rosario.
Arrivati a Medjugorje notai subito un’atmosfera diversa, un “qualcosa” che prima d’allora non avevo mai provato. È incredibile pensare che durante il viaggio uscivano dalla mia bocca solo parole, mentre ora cominciavo a pregare con il cuore. I giorni, durante il meraviglioso Festival dei giovani, passarono in fretta: la mattina tra canti, balli e testimonianze; e la sera tra Rosario, Messa e Adorazione Eucaristica. È proprio da quest’ultima che ho sentito veramente toccare il mio cuore. Quella piccola Ostia, esposta, era in grado di compiere grandi cose. Il mio cuore si scioglieva ogni volta che la guardavo. Ogni sguardo era come un raggio di sole che pian piano illuminava il mio cuore……..

………..Vi fu una mattina che, prima di andare sul monte Podbrdo, ci fermammo sotto la casa di Vicka. Ero riuscito ad intrufolarmi fra la gente e a mettermi di lato alla scala da dove Vicka parlava. Era vicinissima a me. Aveva qualcosa di non comune, difficile da spiegare. Aveva gli occhi così profondi, e un sorriso così splendente che non riuscivi a smettere di fissarla e a ridere anche tu senza capire il perché. Quando mi ha imposto le mani sulla testa, il mio cuore si è letteralmente aperto, sprigionavo gioia da tutte le parti. Il viso di Vicka era davvero l’espressione dell’amore che la Gospa ha per noi, suoi figli.
Quell’amore che avvertivo costantemente, ma che si incarnava ogni volta che partecipavi ad una apparizione. In quei momenti, davvero il paradiso era in mezzo a noi, ed è proprio in quei brevi minuti che comprendi l’eternità del Paradiso, e ti rendi conto che tutto è reale, le apparizioni sono reali, Dio è reale. Prima di partire e durante quei giorni, pensavo di aver bisogno, e quindi ottenere, un miracolo per poter credere totalmente. Ma non è stato così: non ho mai visto nessun segno straordinario a Medjugorje, e la cosa mi aveva reso molto deluso. Guardavo continuamente il cielo, il sole, la croce del Krizevac, ma niente: l’unica cosa che ottenevo era un bel dolore agli occhi subito dopo.
Ma poi, col tempo ho capito che nessun segno mi sarebbe servito per la mia conversione. Dio ha preferito agire direttamente nel mio cuore, come da tempo cercava di fare, mentre io gli avevo sempre chiuso le porte del mio cuore. Ma a Medjugorje ho cominciato ad ascoltare la sua voce che è Verità: “Chiunque è dalla Verità ascolta la mia voce”, dice Gesù. Un segno straordinario come dono di Dio, certamente rafforza la tua fede, ma se non apri il tuo cuore alla Verità, se non hai permesso a Dio ti parlarti, allora nessun miracolo straordinario potrà mai cambiarti. Una guarigione fisica non è nulla a confronto alla guarigione spirituale.
La conversione del cuore, questo è quello che vuole che vuole Dio, ed è proprio per questo che la Madonna appare da 30 anni, per richiamare tutta l’umanità a suo figlio Gesù, supplicandoci sempre con i suoi messaggi alla conversione del cuore. Questa è stata una mia piccola testimonianza del mio primo pellegrinaggio. Le altre volte che ho fatto ritorno a Medjugorje, ho avuto la conferma di tutto quello che ho sperimentato la prima volta, ma, soprattutto, ho capito tante cose che dopo il mio primo viaggio non avevo capito o accettato.
Medjugorje non è il punto di arrivo della nostra conversione, bensì il punto di partenza, l’inizio di tutto, perché la nostra conversione, nonostante tante difficoltà, la costruiamo qui, nella vita di tutti i giorni. Ringrazio la Mamma celeste che, prendendomi per le orecchie, mi ha portato fino a casa sua, a Medjugorje, dove mi ha presentato e offerto gratuitamente la Verità, cioè Gesù.
Umberto Greco
Medjugorje e Diakonia

testimonianza di Diana Basile

A Medjugorje una guarigione istantanea.

Questa testimonianza è stata raccolta a Milano il 5 luglio 1984 dai medici Dr. L. Frigerio, Dr. A. Maggioni, Dr. G. Pifarotti e Dr. D. Maggioni presso gli Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano ed è contenuta con ulteriori particolari nel “Dossier Scientifico su Medjugorje” a cura del Dr. G. Mattalia
Basile Diana, anni 43, nata a Piataci (Cosenza) il 25/10/40. Scolarità: terzo anno Segretaria di Azienda. Professione: Impiegata. La Sig.a Basile è sposata ed è madre di 3 figli.
I primi sintomi della malattia si sono manifestati nel 1972: disgrafia mano destra, tremori attitudinali (impossibilità a scrivere e mangiare) e cecità completa dell’occhio destro (nevrite ottica retrobulbare).
Novembre 1972: ricovero a Gallarate presso il Centro della Sclerosi Multipla Diretto dal Prof. Cazzullo dove viene confermata la diagnosi di Sclerosi Multipla.
La malattia provoca una assenza dal posto di lavoro per 18 mesi.
Visita Collegiale del Dr. Riva (Neurologo del CTO) e del Prof. Retta (Primario fisiatra del CTO) favorevoli alla sospensione di qualsiasi attività lavorativa per invalidità.
A seguito delle pressanti richieste della paziente per non essere completamente allontanata dall’attività lavorativa, la Sig.a Basile veniva reintegrata in servizio con mansioni ridotte (trasferimento dal reparto di Radiologia alla Segreteria Sanitaria). La paziente aveva difficoltà alla deambulazione e al raggiungimento del posto di lavoro (andatura a gambe divaricate, senza flessione del ginocchio destro). Praticamente impossibile era l’utilizzo della mano destra e dell’arto superiore destro per qualsiasi lavoro. Utilizzava l’arto superiore destro solo in estensione, come appoggio e per tale ragione probabilmente non si era verificata ipotrofia della muscolatura dell’arto.
Una grave forma di incontinenza urinaria si era manifestata già dal 1972 (incontinenza totale) con dermatosi perineale. La paziente era state precedentemente trattata, fino al 1976, con ACTH, Imuran e Decadron.
Dopo un viaggio a Lourdes nel 1976, pur persistendo l’amaurosi dell’occhio destro, si era verificato un miglioramento della situazione motoria. Tale miglioramento aveva indotto alla sospensione di ogni terapia fino all’Agosto del 1983. Dopo l’estate del 1983 le condizioni generali della paziente erano rapidamente peggiorate (incontinenza urinaria totale, perdita dell’equilibrio e del controllo motorio, tremori etc.)
Nel Gennaio 1984 le condizioni psico-fisiche della paziente erano ulteriormente scadute (grave crisi depressiva). Visita domiciliare del Dott. Caputo (Gallarate) che certificava l’avvenuto peggioramento e consigliava l’esecuzione di una eventuale terapia iperbarica (mai eseguita).
Un collega di lavoro della paziente, il Sig. Natalino Borghi (Infermiere Professionale del Day Hospital del CTO) invitava successivamente la Sig. Basile ad un pellegrinaggio a Medjugorje (Jugoslavia) organizzato da Don Giulio Giacometti della Parrocchia S. Nazaro di Milano.
La Sig.a Basile dichiara: «mi trovavo ai piedi degli scalini, presso l’altare della chiesa di Medjugorje, il giorno 23 Maggio 1984. La Sig.a Novella Baratta di Bologna (Via Calzolerie, 1) mi ha aiutato a salire i gradini, prendendomi per il braccio. Quando mi sono trovata là non volevo più entrare nella sagrestia con i veggenti. Ricordo che un signore in lingua francese mi diceva di non muovermi da quel punto. In quel momento la porta è stata aperta e sono entrata nella sagrestia. Mi sono inginocchiata dietro la porta, poi sono entrati i veggenti in attesa dell’apparizione. Quando questi ragazzi si sono inginocchiati contemporaneamente, come spinti da una forza, ho sentito un rumore forte. Poi non ricordo più nulla (né preghiera, né osservazione). Ricordo soltanto una gioia indescrivibile e di aver rivisto (come in un film) alcuni episodi della mia vita che avevo completamente dimenticato.
Alla fine dell’apparizione ho seguito i veggenti che si recavano verso l’altare principale della chiesa di Medjugorje. Improvvisamente camminavo dritta come tutti e mi sono inginocchiata normalmente, ma non me ne accorgevo. La Sig.a Novella di Bologna mi è venuta incontro piangendo.
Il signore francese di circa 30 anni (forse era prete perché aveva il collare ecclesiastico) era emozionato e mi ha subito abbracciata.
Il Sig. Stefano Fumagalli, consulente tessile del Tribunale di Milano (Ab. Via Zuretti, 12) che viaggiava sul mio stesso pullman, mi è venuto incontro dicendo «lei non è più la stessa persona; dentro di me chiedevo un segno ed ora lei esce di lì così cambiata».
Gli altri pellegrini che viaggiavano sullo stesso pullman della Sig.a Basile hanno subito capito che era accaduto qualcosa di molto evidente. Hanno subito abbracciato la Sig.a Basile ed erano visibilmente emozionati. Rientrando in Hotel a Liubuskj in serata la Sig.a Basile notava di essere tornata perfettamente continente, mentre la dermatosi perineale era scomparsa.
Normale è tornata la possibilità di vedere con l’occhio destro (cecità dal 1972). Il giorno dopo (24/5/84) la sig.a Basile, insieme all’infermiere sig. Natalino Borghi ha percorso a piedi il tragitto Liubuskj-Medjugorje (circa 10 km.) a piedi nudi, in segno di ringraziamento (nessuna lesione) e nello stesso giorno (Giovedì) è salita sulla montagnetta delle tre croci (luogo delle prime apparizioni).
La fisioterapista Sig.a Caia del Centro Maggiolina (Via Timavo-Milano) che seguiva il caso della Sig.a Basile, quando l’ha rivista al rientro dalla Jugoslavia ha pianto per la commozione.
La Sig.a Basile ha detto: «Mentre questo accade, dentro nasce qualcosa che da la gioia… è difficile da spiegare con le parole. Se trovassi qualcuno con la mia stessa malattia di prima, piangerei perché è difficile comunicare che dentro bisogna essere veri, che non siamo fatti solo di carne, noi siamo di Dio, noi facciamo parte di Dio. E’ difficile accettare noi stessi più della malattia. La sclerosi a placche mi ha colpito a 30 anni, nel fiore dell’età, con due bambini piccoli. Ero svuotata dentro.
Io direi a un altro con la stessa malattia: vai a Medjugorje. Io non avevo speranze ma dicevo: se Dio vuole così, mi accetto così. Dio però deve pensare ai miei figli. Mi faceva soffrire il pensiero che altri dovevano fare le cose che dovevo fare io.
In casa mia ora tutti sono felici, i figli e anche il marito che era praticamente ateo. Però ha detto: dobbiamo andare là a ringraziare».
Oggi, giovedì 5 Luglio 1984, la Sig.a Diana Basile è stata visitata dagli Oculisti degli Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano e l’esame del visus ha confermato una normalità visiva (10/10) a carico dell’occhio destro (precedentemente affetto da cecità), mentre la capacità visiva dell’occhio sinistro sano è di 9/10.

Testimonianza del Enrico Petrillo marito di Chiara Corbello

Una bellissima testimonianza del marito Enrico, che racconta: ” Saputo questo (della malattia in fase terminale), una delle nostre prime preoccupazioni è stata quella di partire per Medjugorje e di portare i nostri amici, le famiglie che in questi anni avevano recitato un rosario per noi una volta a settimana, perché noi ci siamo conosciuti lì e volevamo riconsegnare alla Madonna tutta la nostra vita. Tutta da leggere !!

Ciao a tutti so che molti di voi mi conoscono, altri no, io sono Enrico, il marito di Chiara Corbella, transitata al cielo il 13 giugno 2012. Oggi è il 13 ottobre e il Signore ha voluto che festeggiamo insieme i quattro mesi della sua salita al cielo.
Sono molto contento di fare questa testimonianza, perché siete giovani e quindi il Signore può fare ancora molto con voi. Desidero raccontare brevemente la nostra storia perché non tutti la conoscono, dopodiché vedremo un video; credo che oggi il Signore vi farà un grande dono nel sentir parlare mia moglie Chiara, nel video lei racconterà delle cose di noi, ma fino ad un certo punto, dopodiché io mi ricollegherò alla testimonianza di Chiara, poiché ovviamente lei non sa quello che è successo dopo.
Io e Chiara ci siamo sposati il 21 settembre del 2008, dopo pochi mesi siamo rimasti in dolce attesa della nostra prima bimba che si chiama Maria Grazia Letizia, è una bimba speciale perché è vissuta solo mezz’ora. Questa bimba è stata speciale perché in mezz’ora ha portato tanti amici alla conversione. Maria Grazia Letizia aveva una malformazione che si chiama anencefalia, non aveva la scatola cranica e quindi era incompatibile con la vita. Io e Chiara abbiamo deciso di portare avanti la gravidanza e questa nostra scelta ci ha permesso di vivere un’esperienza meravigliosa, con lei abbiamo vissuto l’eternità, sia nel giorno della sua nascita che a seguire. La sua vita, seppur breve non è un brutto ricordo per noi; Chiara diceva sempre che se avesse abortito avrebbe fatto di tutto per dimenticare quel giorno, mentre tenerla in braccio, accompagnarla fino al Padre è stato uno dei giorni più belli della sua vita e vi assicuro anche della mia, perché rimanendo nel tema del ritiro “Il Signore non delude”, il Signore non ci ha mai promesso che non moriamo, fratelli, quello che dobbiamo fare è accompagnarci fino a Lui e quello che come genitori potevamo fare era questo e il Signore ci ha dato la grazia di farlo.
Così avendo fatto una bella esperienza con la prima gravidanza, poco dopo abbiamo pensato che questo amore non poteva aspettare, non c’era motivo di aspettare per avere un altro figlio, anche se tutti intorno a noi ci dicevano che Chiara sarebbe crollata, avrebbe avuto la depressione post partum, che prima doveva riprendersi bene fisicamente; ma noi sapevamo che non era così. Tra l’altro Chiara aveva avuto un parto naturale, anche se i medici ci avevano detto che era impossibile, in quanto la bimba, non avendo la scatola cranica, non poteva spingere… ed invece fu un parto fantastico.
Dopo poco, Chiara rimane incinta di un altro bimbo, che si chiamerà Davide Giovanni. Anche lui vive solo mezz’ora.
Questa volta, però, all’inizio le ecografie ci dicevano che l’unico problema era che il bimbo non aveva le gambe, quindi noi ci siamo adoperati per accogliere nella nostra vita un figlio che sarebbe stato disabile; poi, invece, da ecografie seguenti emergeva che aveva anche delle malformazioni alle viscere, dunque Davide non era compatibile con la vita, come qui la consideriamo. Così abbiamo potuto accompagnare anche questo nostro secondo figlio fin dove potevamo, fin dove il Signore voleva.
Poi ci siamo guardati con Chiara ed, avendo fatto ancora un’esperienza bellissima di amore, abbiamo deciso di avere un altro figlio. Parlo di esperienze bellissime perché gli stessi funerali dei miei figli e poi anche di mia moglie non sono mai stati dei funerali e infatti mi sembra strano chiamarli così; quelle cerimonie sono state momenti di eternità fantastici e qualcuno di voi può testimoniarlo. Così abbiamo deciso di far Francesco, questo bimbo che oggi c’è, è sano, è bello ma ovviamente la storia non finiva qui. Ed è una storia meravigliosa.
Francesco è stato concepito nell’unico momento possibile, perché Chiara già in quel periodo aveva una piccola lesione sulla lingua, che pensavamo fosse un’afta, invece era un carcinoma; logicamente se noi l’avessimo saputo prima, come paternità e maternità responsabile, avremmo aspettato, ed è logico, io avrei preferito che mio figlio adesso avesse una madre, anche se una madre ce l’ha. Così Chiara rimane incinta di Francesco, le ecografie ci dicono che sta bene, quindi finalmente sarebbe arrivato quello che tutti dicevano essere il figlio della consolazione, anche se per noi lo erano anche gli altri, ma i medici diagnosticano a mia moglie questo tumore.
Cosa fare? Senza ombra di dubbio, la vita l’avevamo difesa prima e continuiamo a difenderla, non avevamo molta scelta, ci siamo soltanto fidati di quello che ci chiedeva il Signore, perché fino a quel momento non ci aveva deluso e non potevamo sapere quello che sarebbe accaduto dopo. Chiara ha aspettato tutta la gravidanza per curarsi, la mia ansia cresceva ogni giorno che passava, fino a che il 30 maggio del 2011 nasce Francesco. Subito dopo Chiara si opera per asportare il tumore, ma i medici trovano due metastasi ai linfonodi del collo, così inizia il calvario: chemio, radioterapia, peg, che è un tubicino nello stomaco per alimentarsi, perché il tumore aveva reso necessaria l’asportazione di parte della lingua, che ovviamente dopo si è gonfiata e Chiara non poteva mangiare. I primi controlli sembrano andare bene, l’ultimo va malissimo; siamo arrivati più o meno a marzo di quest’anno quando ci dicono che Chiara era una malata terminale, che non c’era più niente da fare, le terapie non funzionavano, il tumore era troppo aggressivo e troppo invasivo.
Saputo questo, una delle nostre prime preoccupazioni è stata quella di partire per Medjugorje e di portare i nostri amici, le famiglie che in questi anni avevano recitato un rosario per noi una volta a settimana, perché noi ci siamo conosciuti lì e volevamo riconsegnare alla Madonna tutta la nostra vita.
Così volevamo organizzare un piccolo aereo, il papà di Chiara è il presidente dei Tour Operators italiani, quindi aveva questa possibilità e in un giorno abbiamo riempito un aereo di linea da 160 persone e vi assicuro che ne avremmo potuti riempire due. Siamo stati molto lusingati di tutto l’affetto che ci circondava e che mi circonda ancora adesso. Quindi siamo partiti per Medjugorje, per chiedere al Signore la grazia di accogliere la grazia, qualunque essa sarebbe stata.
Nel video che ora vi propongo c’è la testimonianza della nostra storia fatta a Medjugorje da Chiara, però è la testimonianza intrecciata con il nostro matrimonio, vedrete, infatti, alcune parti del video del mio matrimonio, dove incredibilmente le letture che abbiamo scelto, il Vangelo, sono estremamente profetiche, in un disegno che solo il Signore poteva conoscere.
Io sono tanto lusingato che il Signore mi abbia scelto, non lo so perché, ma ha voluto così e che pure mia moglie mi abbia scelto. Al funerale è venuto il Cardinal Vallini, ha parlato di una nuova Santa Gianna Beretta Molla ed è vero che è così, mia moglie è santa e io non ho dubbi; non è che fosse questo il mio desiderio, sinceramente avrei preferito invecchiare con lei, però il Signore nei suoi progetti incredibili ha concesso a me di sposare questa donna.
La cosa che mi preme farvi capire è che noi siamo fatti di carne, la nostra non è una storia di una santità particolare, come Padre Pio che aveva il dono della bilocazione, ma di una vita normale. Chiara non si era mai accorta di essere così speciale, io un po’ me ne ero accorto, ma non pensavo così tanto.
Chiara è nata nel Rinnovamento nello Spirito, io conosco la Comunità Gesù Risorto perché facevo parte della Comunità Maria, quindi noi pregavamo come pregate voi; logicamente noi credevamo fermamente che se il Signore avesse voluto, avrebbe guarito Chiara, però il Buon Dio vede molto più in là di quanto vediamo noi.
Io di professione sono fisioterapista e lavoro con i malati terminali, quindi sapevo benissimo quello che sarebbe successo, come sarebbe andata la malattia di Chiara e questo rendeva le cose un po’ più difficili per me. Mia moglie, sapendo di essere terminale, mi chiese di non dirle mai quanto tempo le sarebbe rimasto da vivere, questo perché aveva paura che il diavolo potesse metterle paura. Lei non l’ha saputo logicamente, però poi il corpo va e ti accorgi che non ti manca tanto. Sapevo che a Chiara sarebbero rimasti un paio di mesi, sono stati due mesi e dieci giorni.
Quando siamo arrivati a Medjugorje, Chiara aveva un occhio bendato perché aveva una metastasi che le faceva molto male; nel video parla molto tranquillamente, ma vi assicuro che non ce la faceva, a parlare né tantomeno a camminare, è un miracolo che in quei giorni non abbia avuto dolori. Il Buon Dio ha dei progetti strani, ti dona tanti piccoli segni per farti capire la Sua presenza e noi li abbiamo accolti tutti e abbiamo vissuto della consolazione che Cristo ci dava.
Tornati da Medjugorje siamo andati a vivere in campagna, Fra Vito, che è il nostro Padre spirituale faceva avanti e indietro da Cagliari. Il rapporto tra Fra Vito e Chiara era un po’ come tra San Francesco e Fra Jacopa, c’era un amore particolare. Quindi il frate ci ha fatto la grazia di vivere con noi, ogni giorno facevamo la messa, le lodi, i vespri, pregavamo cantando in lingue e quelli sono stati mesi meravigliosi, al di là di tutto devo dire che sono stati dei mesi meravigliosi. In questi anni di matrimonio io e Chiara non abbiamo conosciuto, purtroppo o per fortuna, una ordinarietà, invece in questi ultimi mesi il Signore ci ha fatto vivere una routine, anche con Francesco, che abbiamo assaporato attimo dopo attimo e ci siamo preparati ad accogliere lo Sposo che arrivava. Perché il vero Sposo è sempre Lui, per tutti noi, anche se ci sposiamo, in realtà il vero matrimonio è quello che avremo tutti con Cristo, dal quale non possiamo scappare.
Per questo Chiara è vestita da sposa, quando è morta l’abbiamo vestita da sposa, perché lei era una sposa.
Noi come voi crediamo nei miracoli e logicamente non c’è giorno che non glielo abbiamo chiesto. Ma una volta Chiara mi guarda e mi dice “Enrico se tu sapessi che il tuo sacrificio salverebbe dieci persone, lo faresti?”, io le dico “Sì, io lo vorrei fare, se il Signore mi dà la grazia, lo voglio”. Allora lei mi risponde “Forse questa guarigione, anche se gliela chiedo, non la voglio!”.
Ed ora che sta succedendo? Proprio questo: questa luce si sta diffondendo, il seme che cade in terra non muore, genera molto frutto e così è stato per Chiara. Nella nostra vita abbiamo sempre vissuto questa frase: “Siamo nati e non moriremo mai più”, che ora è associata a Chiara ma che in realtà è stata detta dal vostro fondatore, che io ho conosciuto quando avevo quindici anni, Giampaolo Mollo, gliela ho rubata, però mi piaceva tanto.
Siamo arrivati al 13 giugno, avevamo capito che mancava poco, Fra Vito non era con noi in quel momento, era a Cagliari, quindi l’ho chiamato e gli ho detto di fare presto, lui ha preso l’aereo ed è venuto; era un giorno molto faticoso, logicamente Chiara stava molto male ma ha aspettato Fra Vito come un’innamorata, ma non perché lo amasse, ma perché sapeva che lui le portava Gesù. Credo che valeva tutta la vita vivere per essere presenti a quell’ultima messa.
Chiara ha vissuto quella messa in un modo incredibile, il Vangelo era “Voi siete il sale della terra, la luce del mondo” e Chiara contemplava quelle parole e diceva: “Che bello, che bello tutto quello che sta succedendo”. Ci ha salutato tutti ed è stata cosciente fino alla fine e … sapete nel mio lavoro ho visto tante persone morire… io non ho mai visto morire nessuno così, forse perché i cristiani sono pochi e dovrebbero essere un po’ di più. Chiara è morta felice!
Quel sorriso che avete visto nel filmato, lei ce l’aveva quando moriva; vi chiederete come sia possibile una cosa del genere, certamente è frutto di un cammino, di un percorso, di tanto amore, però vi rendete conto che si può morire felici? Cristo è Risorto, ma a noi uomini importa poco che Cristo è risorto, siamo noi che desideriamo risorgere con Lui e la mia gioia nasce dal fatto che Cristo mi dice che anche io posso risorgere e Chiara aveva ben in mente questo. Infatti, nell’ultimo periodo era invincibile, nel senso che aveva indurito il suo sguardo, perché come Gesù che va a Gerusalemme e indurisce il suo sguardo perché sapeva quello che stava per accadere, così Chiara ha indurito il suo sguardo e fatto le cose seriamente: non lasciava entrare nella sua mente paure che l’avrebbero allontanata da Cristo, certo questo è frutto di tanta grazia, di tante preghiere, ma Dio per ognuno di noi è pieno di grazie, quella per Chiara non era una grazia speciale … Dio la grazia vuole darla a tutti. A volte le persone mi dicono che Chiara era così bella, piena di grazia e che non per tutti è così, ma vi assicuro che neanche per Chiara era così. Se sapeste quanti peccati abbiamo fatto, quanto abbiamo sbagliato nel fidanzamento, ma al Signore, una volta che ti sei confessato, non gli interessa proprio niente dei tuoi peccati, sei una creatura nuova, il problema siamo noi che siamo sempre legati a questo passato; allora con Chiara avevamo capito che l’unica soluzione per non impazzire era vivere il presente.
C’è una bellissima frase che dice: “Il passato è storia, il futuro è un mistero, il presente è un dono ed è per questo che lo chiamiamo presente”.
Ed e vero, il diavolo ci tenta sempre sul passato e sul futuro, mettendoci tante paure; ecco Chiara fino all’ultimo giorno ha avuto la grazia di vivere il presente e facendo così noi abbiamo riso davanti alla morte, perché Chiara sapeva dove andava, non ne aveva dubbi, questo fa parte della sua santità certo, lei sapeva che andava a stare molto meglio di qua, infatti secondo lei la croce più grande era la mia. E pure secondo me se permettete. E mi ha detto: “Tu rimani qua io vado a stare bene Enrico”, insomma accompagnare Chiara per me è stato un onore incredibile e logicamente farà parte della mia vita sempre.
Mio figlio ha fatto 1 anno il 30 maggio, Chiara è morta tredici giorni dopo e cosa poteva regalargli? Ha scritto una lettera a Francesco, che ora vi leggerò se il Signore mi darà la grazia di farlo; fino ad adesso non l’ho mai letta, al di là del funerale, perché pensavo fosse solo di Francesco, in realtà ho capito che non è così, adesso ci sono tanti figli di Chiara sparsi nel mondo, in questa lettera lei ha scritto quello che vuole consigliare al figlio, e credo che lo voglia consigliare ad ognuno di voi.

Carissimo Franci,
oggi compi un anno e ci chiedevamo cosa poterti regalare che potesse durarti negli anni e così abbiamo deciso di scriverti una lettera. Sei stato un dono grande nella nostra vita, perché ci hai aiutato a guardare oltre i nostri limiti umani, quando i medici volevano metterci paura, la tua vita così fragile ci dava la forza di andare avanti. Per quel poco che ho capito in questi anni, posso solo dirti che l’amore è il centro della nostra vita, perché nasciamo da un atto di amore, viviamo per amore e per essere amati e moriamo per conoscere l’amore vero di Dio. Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri, come solo Dio può insegnarti. L’amore ti consuma, ma è bello morire consumati, proprio come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo. Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente, perché tutto è un dono; come dice San Francesco: “Il contrario dell’amore è il possesso”. Noi abbiamo amato i tuoi fratelli Maria e Davide e abbiamo amato te, sapendo che non eravate nostri, che non eravate per noi e così deve essere tutto nella vita: tutto ciò che hai non ti appartiene mai, perché è un dono che Dio ti fa, perché tu possa farlo fruttare. Non scoraggiarti mai figlio mio, Dio non ti toglie mai nulla, se toglie è solo perché vuole donarti tanto di più. Grazie a Maria e Davide noi ci siamo innamorati di più della vita eterna ed abbiamo smesso di avere paura della morte, dunque Dio ci ha tolto, ma per donarci un cuore più grande ed aperto ad accogliere l’eternità già in questa vita. Ad Assisi mi ero innamorata della gioia dei frati e delle suore, che vivevano credendo alla provvidenza e allora ho chiesto anche io al Signore la grazia di credere a questa provvidenza di cui mi parlavano, di credere a questo Padre che davvero non ti fa mai mancare niente e Fra Vito ci ha aiutato a camminare credendo a questa promessa. Ci siamo sposati senza niente, mettendo però Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi, abbiamo sempre avuto una casa e tanto di più di quello che ci occorreva. Tu ti chiami Francesco proprio perché San Francesco ci ha cambiato la vita e speriamo che possa essere un esempio anche per te. E’ bello avere degli esempi di vita che ti fanno capire che si può pretendere il massimo della felicità, già su questa terra, con Dio come guida. Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande. Il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire, se gli aprirai il cuore. Fidati ne vale la pena.
Mamma Chiara.
Io mi fermerei qui, ma c’è ancora una cosa che vorrei dirvi, facciamo un piccolo test:
Il contrario dell’amore, ve l’ha detto Chiara qui dentro, è il possesso;
il contrario della paura, la fede;
il contrario della morte, la gioia!
Allora se voi tenete a mente queste tre cose, Chiara ce le aveva sempre in mente, potete fare centro ragazzi!
Ovviamente mia moglie mi manca tanto, ho tanto dolore, tanta gioia, non ci capisco niente di quello che ho dentro, però sono contento di una cosa: che mia moglie ha fatto centro. Io e mia moglie guardavamo nella stessa direzione e lei è arrivata al centro, quindi quello che mi potevo augurare che succedesse a novantamila anni è successo ai suoi ventotto anni, però ha fatto centro e io ne sono contento.
Penso che il tema del ritiro dei giovani “La Speranza poi non delude” era proprio calzante con la nostra storia ed io vi ringrazio tanto.
Due cose Chiara aveva scelto per il suo funerale, una che lo celebrasse Fra Vito ed infatti anche se era presente il Cardinale, gerarchicamente avrebbe dovuto celebrare lui, l’ha potuto celebrare Fra Vito perché era volontà di Chiara e l’altra una volta mi disse: “Enrico, se mai dovesse succedere, al mio funerale voglio che chi viene possa ricevere una piantina, non voglio che mi si portino fiori, voglio che escano dalla chiesa con una piantina, perché si devono ricordare che la vita è fuori di loro”, è geniale mia moglie ragazzi, veramente, quando me l’ha detto ho pensato che fosse proprio una cosa bella; insomma è andata così, abbiamo comprato mille piantine, non erano poche, però poi eravamo 2.500 e non sono bastate per tutti però… la vita è fuori di noi!
Voglio dirvi ancora una cosa, tante volte mi chiedono se mi arrabbio con Dio per quello che mi è successo, io vi devo testimoniare che in questi anni non me la sono mai presa con Lui, neanche Chiara, forse perché eravamo coscienti dei nostri limiti; se prendi un metro e fai un giro intorno alla testa, scoprirai due cose: la prima quanto porti di cappello e la seconda fino a dove può arrivare la tua intelligenza. Se vuoi che la tua vita sia fino a dove puoi arrivare tu, fratello mio caro, avrai una vita mediocre. Ma che brutta! Se invece ti fidi di Dio, di quello che Lui ha pensato per te, anche se tante volte non è facile, Dio agisce, proprio quando pieghi le tue ginocchia; mi viene in mente quella frase in cui il Signore dice: “Non vi ho dato uno Spirito per ricadere nella paura, ma vi ho dato uno Spirito che vi rende figli di Dio e che vi fa gridare Abbà Padre”, in questa frase c’è tutto quello che ci serve, perché la paura certo che ce l’hai, io ce l’avevo, Chiara ce l’aveva, certamente, però la grazia che abbiamo avuto è stata quella di gridare “Abbà Padre”; se tu gridi Abbà Padre, vinci quella paura; se è vero quello che ci dice il Signore e se permettete se non è vero, cosa ci facciamo qui? è proprio quando hai paura che hai l’occasione di incontrare Gesù, è proprio quando hai dei problemi che lo puoi incontrare fratello mio; proprio quando le cose non vanno come vuoi tu è un’occasione che Dio ti sta mettendo davanti per riconoscere che sei limitato, che il cappello che hai è così piccolo. Chiara conosceva i suoi limiti e questa è la grazia che ti permette di conoscere che c’è un Padre che ti ha creato e che ti ha amato da sempre ed è forse per questo che non siamo stati delusi da tanto amore che Dio ci ha dato.
Io non vedo l’ora, a volte, di andare a trovare mia moglie e i miei figli, mi dispiace per Francesco che rimane qua, però a volte lo desidero e allora dico “Signore chiamami presto, perché qua è una fatica”, però questa è la mia croce e la croce è quel candelabro che ci illumina, questo ce lo ha insegnato Chiara quando stava morendo, era così bella e luminosa, ragazzi, che mi dispiace non l’abbiate vista, Dio mi ha dato l’onore di vederla e la custodirò nel mio cuore per sempre. Grazie.

Testimonianza di Jim Caviezel

Jim Caviezel, il protagonista del film “The Passion” racconta la sua conversione a Medjugorje

Jim Caviezel, famoso attore di Hollywood per il ruolo di interprete principale nel film La Passione di Cristo di Mel Gibson, si è convertito grazie ad un incontro col veggente di Medjugorje Ivan Dragićević mentre stava girando in Irlanda il film Il conte di Monte Cristo. Spinto dal desiderio di sua moglie Kerry che aveva già conosciuto Medjugorje, Caviezel voleva assistere ad un incontro di preghiera con Ivan che si teneva nelle vicinanze del luogo delle riprese, ma gli impegni non l’hanno permesso. In suo aiuto sono venute le condizioni atmosferiche: le abbondanti piogge hanno interrotto le riprese e Caviezel con la moglie ha potuto incontrare Ivan ed essere presente nel momento dell’apparizione della Gospa, cosa che gli ha cambiato la vita.
Ecco quanto ha dichiarato Jim Caviezel in una intervista: «Ho sentito parlare per la prima volta di Medjugorje quando facevo la quinta o la prima media. Prima si diceva che era come le apparizioni di Fatima, Guadalupe, Lourdes, ma subito dopo si disse che il vescovo aveva dichiarato che non fossero vere. Come cattolico devoto, ho accettato quello che lui diceva. Molti anni dopo ho conosciuto mia moglie, ci siamo sposati e dopo alcuni anni lei si recò a Medjugorje. Mentre lei era lì, io ero in Irlanda a girare il film Il conte di Monte Cristo. Mi telefonò in Irlanda; sentii la sua voce diversa, ma subito pensai: “Chi sono io per interferire nella tua esperienza spirituale?” Mi disse che Ivan Dragicevic sarebbe venuto in Irlanda… Sono andato con lei varie volte e una volta, durante un’apparizione, ho sentito una presenza fisica. Ivan mi ha detto due cose che mi hanno colpito molto: “Jim, l’uomo trova il tempo per quello che ama”, e “l’uomo non trova il tempo per Dio perché non lo ama”. Poi mi ha parlato di come pregare col cuore. Per me è stato come l’inizio di una missione: pregare sempre col cuore».
Sua moglie come aveva incontrato Medjugorje? Kerri Caviezel così racconta: «Io facevo la seconda media quando il nostro sacerdote ci fece vedere un film nel quale comparivano i ragazzi durante le loro apparizioni. Ci fu detto che era tutto vero. Eravamo in una comunità cattolica mista nella quale c’erano soprattutto croati ed italiani. Mia nonna è al cento per cento croata. Non mi sembrava difficile credere. Dovevo avere quindici anni quando venni qui. Appena arrivata, mi accorsi subito che era tutto vero, per quello che provavo nel cuore. Non ho visto segni, né nulla di simile; sebbene sia stata sempre cattolica, nella confessione non ho mai provato nulla di simile a quello che ho avvertito qui. E´ stata un´incredibile guarigione spirituale!».
Come ha ottenuto il ruolo di Gesù nel film La Passione di Cristo di Gibson? Ha solamente spedito a Gibson una busta con dentro il suo biglietto da visita ed un rosario di Medjugorje. Nel periodo della registrazione di The Passion ha digiunato molto, si è confessato e comunicato regolarmente, ha letto costantemente i messaggi e ha pregato ogni giorno il Rosario. Caviezel si è recato a Medjugorje diverse volte. Nel dicembre del 2003 ha organizzato presso il “Villaggio della Madre” una presentazione privata della versione non ancora ultimata della Passione di Cristo.
A proposito dell’esperienza del ruolo di Gesù Cristo nel film così ha detto: «Sono arrivato a questa parte attraverso Medjugorje, attraverso la Madonna. Durante la preparazione ho utilizzato tutto quello che Medjugorje mi ha insegnato. Mel Gibson ed io siamo andati a Messa insieme tutti i giorni. I giorni nei quali non potevo andare a Messa, facevo la comunione. All´epoca sentii dire che il Papa si confessava tutti i giorni e pensai che anch’io dovevo confessarmi più spesso. Non volevo che Satana potesse esercitare un controllo su quello che facevo. Pecchiamo con le opere, ma anche con le omissioni. Il mio peccato di omissione continuo è quello di non amare a sufficienza. Così la confessione era la preparazione all’eucarestia. Ivan Dragicevic e sua moglie Laureen mi hanno dato un pezzettino di Croce. La porto sempre con me. Proprio per questo sui miei vestiti è stata realizzata una speciale tasca. Porto con me anche le reliquie di Padre Pio, S. Antonio di Padova, S. Maria Goretti e S. Denis, santo protettore degli attori. Ho anche digiunato. Leggo sempre i messaggi. Ogni giorno mi vedevano col rosario in mano».

Testimonianza di Maddalena B.

Testimonianza di Maddalena B., lei non è una persona famosa, ma la sua piccola ma grande testimonianza, ci fa comprendere come Maria, una volta che ti ha scelto, non ti abbandona mai, continua a seguirti fino a conquistare il tuo cuore.


Torno indietro di 48 anni. All’epoca avevo 16 anni e per la prima volta dovetti allontanarmi da casa per lavorare. Andai in provincia di Varese ed alloggiai in un convitto di Suore. Lavoravo in una fabbrica di filati lino e canapa .
Eravamo tante ragazze, per la maggior parte della Sardegna, mi trovavo molto bene. Tutti i giorni prima di recarci al lavoro, andavamo nella cappella con le Suore e pregavamo la Madonna per ringraziarla e a Lei affidavamo la giornata lavorativa che dovevamo affrontare.
Mi divertiva e mi piaceva tanto stare in quel convitto di suore, con tante amiche con le quali condividere le nostre fragilità ed anche la nostalgia per l’essere lontani dai nostri cari. Una certa curiosità o forse anche gelosia, ad un certo punto, me l’aveva creata una ragazza che stava sempre con un libro in mano e si tratteneva nella cappella anche dopo la S. Messa e il Rosario. Un bel giorno la fermai e le chiesi:
“Come mai ti trattieni sempre nella cappella e porti con te sempre un libro? Mi puoi spiegare il perchè e a cosa ti serve?
Lei con un sorriso mi rispose che il libro era il Vangelo (io non sapevo neanche cosa fosse il Vangelo) e che se lo avessi voluto me l’avrebbe prestato. Sinceramente io non sapevo che fare con il Vangelo (VEDI L’IGNORANZA?) , ma lei subito mi spiegò
“Appena la cappella è libera , entri, ti leggi una pagina a caso e la mediti”.
Così feci, entrai nella cappella e mi misi a sedere nel primo inginocchiatoio, vicinissimo all’Altare , dietro all’altare c’era un affresco bellissimo, che rappresentava la Madonna col Bambino Gesù tra le sue braccia. Cominciai a leggere , ma non capivo ciò che leggevo perchè mi sentivo distratta . Il mio sguardo d’improvviso si posò sull’immagine della Madonna per un attimo , ma poi mi proposi di non distrarmi altrimenti non mi sarei concentrata nella lettura e di conseguenza non avrei capito nulla.
Così assorta cominciai a sentire come se una mano mi avesse toccato il mento per sollevare la mia testa e guardare l’affresco della Madonna, non potevo crederci e nonostante i dubbi, ripresi a leggere e per l’ennesima volta sentii nuovamente la mano, che mi prese il mento e mi sollevò il volto dicendomi: (da notare che io nella cappella ero sola) ” Guardala “; e così sollevai lo sguardo e vidi la Madonna che piangeva e dondolava tra le sue braccia il bambino Gesù . Vedendo quella scena ho avuto paura e scappai; mentre scappavo sentivo dentro di me una voce che mi implorava di restare ancora lì , non ho avuto il coraggio di rientrare nella cappella, mi misi a sedere nella gradinata che stava di fronte alla cappella e cominciai a piangere come una bambina.
Il caso ha voluto che in quel momento passasse di lì la ragazza che mi aveva prestato il vangelo e vedendomi piangere mi chiese il motivo di questo pianto. Da quel momento, che erano le ore 15 circa sino alle 21, non ricordo più nulla, mi sono ritrovata a letto con le suore intorno e la Madre Superiora ai piedi del letto. Aprendo bene gli occhi , chiesi loro: “Perchè mi trovo a letto e che ci fate voi quì ? “
La Madre Superiora mi rispose : (mentre le altre suore avevano le mani giunte ) ” Vedi Maddalena , forse tu sei stata scelta ……”
Appena ho sentito quella frase, cominciai ad urlare dicendo loro che andassero via e che tutto ciò che stava succedendo o accadendo non era per me. Si fecero il segno della croce e andarono via, io restai a letto perchè avevo la febbre alta.
Quello che mi era accaduto io lo sentivo dentro di me come un fuoco, ma ora penso che, o per ignoranza o per mancanza di conoscenza di Dio non ho voluto dare il vero senso all’accaduto. E così passarono gli anni per me, questo ricordo è sempre stato nascosto nel mio cuore. Solo dopo tanti anni l’ho raccontato ai miei figli Luca e Marzia. Solo ora ho capito che da allora avevo lacerato una parte di me lasciando un vuoto senza aver seminato e coltivato quell’amore e quella pace che solo Gesù e Maria sanno dare.. Sì , perchè anche io come tante altre persone, mi ero persa per strada. Non partecipavo più alla Santa Messa e non pregavo mai il S. Rosario.
Nel 2012 decisi di andare a MEDJUGORJE, all’inizio ero entusiasta di andarci, ma quando mancavano 5 gg alla partenza, sarà perchè stavo tanto male con la schiena e con le spalle, non volevo più fare quel pellegrinaggio, in poche parole, mi sentivo una persona molto impedita e dolorante nel fare le cose, non riuscivo ne a vestirmi senza l’aiuto, tanto meno riuscivo a camminare bene.
I dolori alla schiena e alle spalle erano troppo forti. Ma poi, all’improvviso dentro di me qualcosa è cambiato; mancavano un paio di giorni alla partenza e decisi di partire comunque con un gruppo meraviglioso per MEDJUGORJE. Pensavo non ci fosse più il posto sul pullman, invece con mia grande sorpresa si era liberato. Ricordo che il giorno della partenza ( non vedevo l’ora di salire sul pullman) sono caduta e mi si sono rotti gli occhiali sul viso, lasciandomi una piccola cicatrice che mi porterò come ricordo. Ma nemmeno davanti a questo mi sono fermata, sanguinante e un po’ dolorante, mi sono rialzata e finalmente sono salita sul pullman.
Pensavo anche che per me sarebbe stato uno strazio (non era facile viaggiare 14 ore in pullman nelle condizioni in cui ero) ma appena mi sono seduta già stavo meglio, non sentivo più il mal di schiena ne il fastidioso dolore alle spalle, al contrario, sentivo che dentro di me qualcosa si stava ricreando. La fede si stava riaccendendo e l’Amore che nel mio cuore sembrava essersi assopito, stava riaffiorando.
Più ci avvicinavamo a MEDJUGORJE, e più sentivo tante emozioni bellissime scorrere dentro di me. Mi sembrava di riprendere quel viaggio che era stato interrotto tanti anni prima, come se il tempo si fosse fermato a quegli anni e tutto ciò che vi era nel mezzo fosse stata solo una pausa poco importante. Arrivata a MEDJUGORJE non stavo più male , tutti i dolori che avevo non li sentivo più, ho scalato i 2 monti senza fatica e senza dolori. La cosa più bella, è che dentro di me sentivo la presenza della Madonna che mi accompagnava in ogni momento della giornata.
Ho pianto tantissimo di gioia perchè quello che ho sentito e provato in quei giorni a MEDJUGORJE, non lo avevo mai provato. Ho capito che la Madonna non mi aveva mai abbandonata, al contrario mi stava aspettando, sapeva che sarei tornata, lo sapeva ed ora ne ho la certezza e so che non voglio lasciarla mai più.
Non finirò mai di ringraziarla, per avermi aiutata a ricucire e riempire di pace e di fede quel solco vuoto del mio cuore. Ora, questo dono ritrovato, grazie alla conversione, non voglio lasciarlo mai più per nessun motivo al mondo. Mi sono innamorata di Maria e di Gesù. Spero che questo Amore duri tutta l’Eternità.
Maddalena B.
Tratto da: http://blog.studenti.it/biscobreak

Testimonianza di Milona

Molti hanno incontrato a Medugorje Milona, la giovane tedesca dalla linea slanciata, dall’aspetto nobile e modesto assieme, dal grande sorriso accogliente. L’abbiamo sentita tradurre con grazia e facilità in tante lingue i discorsi più importanti nei convegni e nelle celebrazioni. Segue come interprete i padri di Medugorje nei viaggi all’estero. Forse pochi sanno che è discendente del ramo ungherese degli Asburgo, la casa reale d’Austria. Ecco la sua testimonianza:

“In occasione di una festa con amici sentii parlare per la prima volta di Medugorje e percepii immediatamente a livello interiore che dovevo recarmi in quel luogo. In tre giorni tutta la mia vita fu cambiata. Mentre salivo il Krizevac alla quinta o alla sesta stazione ero spossata e mi sedetti in disparte, rimanendo così distaccata dal resto del gruppo. Seduta su una pietra riflettevo e sentivo continuamente una presenza concreta. Il mio sguardo rimaneva fisso sulla piccola chiesa ben visibile nella valle sottostante. Rivedevo tutti i problemi e le questioni importanti della mia vita e intanto pensavo: “Se Medugorje è vera, tu allora cosa stai facendo della tua vita? Se Dio esiste veramente, come tu puoi chiamarti davvero cristiana?”. Passò un prete ed io ripresi con lui il cammino verso la cima. Al termine mi confessai da lui sotto la croce. Una contrizione sincera mi prese il cuore e mi fece piangere con rammarico. Tre giorni dopo partii da Medugorje, ma portavo un gran fuoco dentro il cuore. Dopo quella esperienza tutto ciò che facevo assumeva un altro aspetto.
Continuavo a sentire un enorme desiderio di ritornare a Medugorje.
Tornai a Medugorje e vi rimasi per qualche mese. Dopo un anno mi sbarazzai di tutto quello che avevo. Anche se i miei amici mi ritenevano folle lasciai tutto dietro di me. Venni a sapere che P. Slavko aveva bisogno di una segretaria e di un’interprete e così andai da lui per tre mesi. Ora sono già sette anni che sono lì. Dio ha preso tutta la mia vita nelle Sue mani così la mia conversione è in Continuo sviluppo. Ho l’impressione di non aver mai creduto prima di questa esperienza, nonostante sia stata educata cristianamente. Prima credevo che Dio si trovasse da qualche parte, sopra le nuvole, mentre ora vivo con Lui. Non vedo Dio, ma Lui mi è più vicino ed è più reale delle persone che mi vivono attorno”.
Nel resto della sua testimonianza, Milona afferma di aver scoperto l’amore di Dio, un amore che si scopre proprio dove termina la logica umana. Dice di aver sperimentato come è importante, per rimanere in questo amore, la lotta contro il proprio orgoglio e il peccato. Per questo è diventato importante per lei pregare per quelli che sono attaccati da satana, quindi per tutti. Invita anche a pregare per sostenere i veggenti e i sacerdoti di Medugorje in modo che quella grazia che lei, come tanti altri, la ha incontrato, possa essere ancora a disposizione per tutti gli uomini.
(Mark Waterinckx — Belgio)
Da: medjugorjealtervista.org

Testimonianza di Ivo Juricic

La Madonna ha detto a Ivo che la sua gamba ricrescerà.

IVO JURICIC E MEDJUGORJE :LA MADONNA PROMETTE CHE LA SUA GAMBA RICRESCERÀ
INTERVISTA ALLA VEGGENTE VICKA:

P.JANKO : Mi hai parlato di un giovane che è senza la gamba sinistra.
Che la Madonna lo guarirà senza nessuna condizione, dopo il Segno promesso.

Vicka: Se ti ho detto questo ti ho detto la verità. La Madonna ha detto che in quel momento molti guariranno ci saranno e con quel giovane si comporterà così

P.Janko: Cosa vuoi dire con questo?

Vicka: Lui quasi tutti i giorni veniva alle apparizioni della Madonna e la Madonna ha dimostrato di amarlo particolarmente.

P:Janko: Come lo sai?

Vicka: Ecco come. In un’occasione, poco prima del Natale del primo anno, ci ha fatto vedere la sua gamba malata. Ha tolto via dalla gamba la parte artificiale, di plastica, e al suo posto ci ha mostrato la gamba sana.

P.Janko: Perché questo?

Vicka: Non lo so. Può darsi che la Madonna volesse dire che egli guarirà.

P.Janko: Ma lui, in quel momento, sentiva qualcosa?

Vicka: Dopo ci ha detto che gli sembrava che qualcuno lo toccasse sulla testa. Qualcosa del genere.

P.Janko: Va bene. Però la Madonna non ha detto che egli guarirà!

Vicka: Va’ piano; non ho ancora finito. Due o tre giorni dopo, sono venuti da noi dei giovani. Abbiamo suonato e cantato; in mezzo a loro c’era anche quel ragazzo.

P.Janko: E poi?

Vicka: Dopo un po’ ci è apparsa la Madonna, prima del solito. Accanto a lei ci stava quel ragazzo, tutto avvolto in una luce. Lui non lo sapeva, però ci ha detto, subito dopo, che durante l’apparizione sentiva qualcosa, come una corrente elettrica che gli passava attraverso la gamba.

P.Janko: Attraverso quale gamba?

Vicka: Quella malata.

P.Janko: E poi?

Vicka: Ti ho detto quello che sapevo.

P.Janko: Però non mi hai detto se la gamba guarirà o no!

Vicka: La Madonna ci ha detto di sì, ma più tardi.

P.Janko: Quando?

Vicka: Dopo che ci darà il suo Segno, allora egli guarirà completamente. Questo ce lo ha detto verso la metà del 1982.

P.Janko: A chi ha detto questo: a voi o a lui?

Vicka: A noi. E noi lo abbiamo riferito a lui.

P.Janko: E lui vi ha creduto?

Vicka: Come no! Egli lo aveva creduto anche prima, quando la Madonna ce lo aveva mostrato

Da Medjugorje tutti i giorni

Testimonianza di Colm John Cahill

Un giorno, quando avevo 7 anni, ero in macchina con mio padre. Quel giorno la mia vita sarebbe completamente cambiata. Tornando a casa dopo una partita organizzata dalla mia scuola, un camion colpi’ la nostra auto da dietro e ci capulto’ sulla strada a circa 10 metri piu’ avanti.
Da quel momento in poi iniziai ad avere attacchi epilettici. I dottori non sapevano spiegare l’esatta causa e gli attacchi peggiorarono e divennero sempre piu’ frequenti. Ad 11 anni, avevo quattro o cinque attacchi epilettici al giorno. Durante gli attacchi, perdevo completamente conoscenza; il mio corpo era in balia di spasimi violent che mi scaraventavo per terra da dieci ai quaranta-cinque minuti ogni volta– e spesso, dopo la crisi, mi ritrovavo seriamente ferito. Un giorno ero in cima una scala, e senza avere idea di come fossi arrivato li’ mi risvegliai in un letto di ospedale.

Non avevo e non potevo vivere una vita normale. Ero completamente dipendente e avevo bisogno di essere accudito in ogni momento; il pericolo era sempre in agguato ed il mio sistema nervoso era fragile. Camminavo raso ai muri per paura di urtare contro un qualsiasi oggetto; non potevo uscire da solo, ne sedermi senza supporto, ne praticare un qualsiasi sport, ne visitare un amico. Ogni mio passo era calcolato.
Ero terribilmente depresso e impaurito dalla vita stessa e di quello che sarebbe stato il mio futuro – se me ne fosse concesso uno. Sono cresciuto in una famiglia cattolica, ma era durissimo per me credere in un Dio che permettesse tutto questo. Non potevo in un nessun modo riconciliare il concetto di Amore con un bambino che soffriva come soffrivo io. In quei giorni, non mi rendevo nemmeno conto di quanto anche tutta la mia famiglia stesse soffrendo a causa di questa mia malattia. Ero uno di cinque figli e la mia malattia aveva colpito non solo i miei genitori ma anche i miei fratelli – due sorelle e due fratelli costretti a portando sulle spalle un peso piu’ grande di loro.
Vivevamo in una isola nel Canale della Manica, appena fuori dalla costa della Normandia, in Francia, chiamata Jersey – un territorio della Corona Inglese connessa con il Regno Unito. Nel 2003, a 12 anni la maggiorparte della mia vita si svolgeva dentro e fuori di un ospedale. Per due volte mi portarono in elicottero a Londra per farmi visitare da neurologi inglesi nella speranza che mi potessero offrire una cura o la minima indicazione sull’origine del mio problema. Tristemente, pero’, non c’era umanamente nulla da fare. Da quando avevo 8 anni il mio cocktail quotidiano era fatto da un miscuglio di farmaci, che cambiavano ogni due mesi : epilim, tegretol, lorazapan, diapazan, etc.
Vivevo costantemente in condizioni critiche senza nessuna speranza per il futuro. Non potevo nemmeno avere il lusso di provare alcuna emozione perche’ ogni emozione avrebbe potuto scaturire un nuovo attacco epilettico. Il tema centrale della mia vita e del mio stato interiore era la disperazione. Non pensavo nemmeno al suicidio perche’ per quanto mi riguardava stavo vivendo la vita di una persona morta.
La mia famiglia provo’ tutto cio’ che era possibile per prevenire i miei attacchi e per guarirmi. Contattarono ogni specialista sul globo, dall’America all’Australia, ma senza nessun risultato. Quando avevo 13 anni, la mia famiglia decise a malincuore di mettermi in un’instituzione privata dove sarei stato sotto custodia 24 ore su 24. Ero terrorizzato ma capivo che questa era l’unico modo che avessero di vivere una vita, almeno nelle sembianze, normale. Potevo tornare a casa ogni tanto e se mi fossi sentito bene, i miei genitori mi avrebbero portato con loro in chiesa. Questa sarebbe stata la mia breve vita perche’ nessuno puo’ sopravvivere di farmaci per lungo tempo. Ad un certo punto sarei semplicemente morto.
Quello stesso anno, il 2004, un nuovo prete venne a Jersey e la mia famiglia pian piano allaccio’ con lui una buona amicizia. Lo incontrai per la prima volta quando venne a darmi l’unzione degli infermi in ospedale, ma allora non riuscimmo a scambiarci se non poche parole. Nel maggio di quello stesso anno, quello stesso sacerdote venne a casa nostra e disse di volermi parlare. Mi disse che stava per andare in un luogo chiamato Medjugorje. Io non sapevo cosa o dove era questo posto ma ricordo nitidamente le sue parole “Vado li a pregare per te”. “OK” risposi senza il minimo entusiasmo. “ Ma voglio che anche tu faccia qualcosa per me” continuo’ “ Mandero’ un messaggino sul cellulare di tua madre da Medjugorje, e nel momento in cui ti chiedero’ di pregare, tu mettiti in preghiera”. Senza nessuna speranza accettai. Vedevo in Medjugorje un “perche’ no? Nulla ha funzionato. Il mondo non e’ riuscito a salvarmi, magari Dio e Sua Madre possono salvarmi.” Allora, segretamente nel mio cuore, mi rivolsi a loro e timidamente e senza speranza chiesi “ C’e’ qualcosa che potete fare? Potete aiutarmi?”
Il sacerdote parti’ per Medjugorje la settimana seguente. Mi offri come intenzione esclusiva del suo intero pellegrinaggio di 7 giorni. In ogni Messa, in ogni Rosario, in ogni scalata sul monte Kricevaz, in ogni preghiera chiedeva a Dio la mia guarigione.
Il 21 Maggio, ricevemmo un suo messaggio che diceva che ci sarebbe stata un apparizione della Beata Vergine Maria al veggente Ivan quella notte alle dieci (che erano le nove in Jersey). Mi chiedeva di mettermi in preghiera e pregare nel esatto momento dell’apparizione.
Poco prima delle 9, andai fuori in giardino, il che era strano perche’ ero buio ed ero solo. Di per se quello era un grande atto di fede perche’ non mi sarei mai dovuto avventurare da solo la fuori, era troppo rischioso. Mia madre non mi segui’. Come atto di fede, mi lascio’ andare.
Tra le mie braccia avevo un crocifisso, sei candele ed un Rosario. Non sapevo nemmeno quello che stavo facendo. Volevo creare un atmosfera sacra con un piccolo altare cosi’, nel bel mezzo di una panchina, misi il la Croce e accanto ad essa tre candele, tre da un lato e tre dall’altro. Dopo aver acceso le candele, mi inginocchai di fronte al mio “altare” con in un mano un libro su come pregare il Rosario e nell’altra il Rosario. Quella notte pregai la prima decade della mia vita.
Le nove stavano per arrivare ed io pregavo senza sosta. Ad un certo punto un forte vento inizio’ a soffiare violentemente intorno a me, ma stranamente, le candele rimasero accese. Poi, esattamente alle nove in punto, l’esatto momento in cui Maria scendeva in terra a Medjugorje, qualcosa accadde: il vento cesso tutto ad un tratto – nel giro di mezzo secondo. Non si calmo’, ma semplicemente cesso di esistere. Improvissamente tutto si fermo’ in un silenzio pieno di pace. In quell momento, mentre fissavo la Croce, gridai dentro di me dal profondo del mio dolore “Aiutami”. Questa parola ne acchiudeva mille. Racchiudeva in se ogni lacrima del mio cuore. Volevo solo essere liberato, liberato dalla mia malattia. Ed ecco che di fronte ai miei occhi le sei candele si spensero miracolosamente da sole, una ad una, in un intervallo perfetto di due secondi l’una dall’altra , dalla sinistra alla destra. Appena l’ultima candela si spense mi resi conto che una carica di energia e una pace incredibile stavano crescendo dentro di me. Potevo fisicamente sentire un forza misteriosa entrare dentro di me e attraversare tutto il mio corpo, dalla testa ai piedi. Duro’ circa 30 secondi e subito dopo una pace profonda venne ad abitare in me mentre ero ancora li in ginocchio avvolto in quel silenzio quasi surreale.
Dall’eta’ di sette anni, da quando ebbi quell terribile incidente, a causa delle tante medicine che ero costretto a prendere, soffrivo di un costante mal di testa e capogiro. Improvvisamente i sintomi erano spariti. Confuso e esterefatto da quello che avevo visto con le candele e l’inteso silenzio nel giardino,mi alzai, rientrai in casa ed in silenzio andai direttamento a letto. La mattina seguente quando mi alzai un nuovo messaggio dal nostro amico sacerdote in Medjugorje era li ad aspettarmi. Mi diceva che durante l’apparizione al veggente Ivan la Madonna aveva pregato specialmente per tutti coloro che erano malati.
Passo una giornata intera e non ebbi nessun attacco epilettico. Ne passo’ un altra e ancora non avevo attacchi. Non osavo illudermi ma l’emozione iniziava a crescermi dentro. La settimana seguente, quando il nostro sacerdote torno’ da Medjugorje, io non avevo ancora avuto nessun attacco epilettico… ne il mal di testa… ne allucinazioni… ne vertigini. Fu in quel momento che finalmente sia io che la mia famiglia realizzammo cosa era avvenuto nel giardino. Ero completamente guarito. I dottori non poterono trovare nessuna spiegazione del come e del perche’ della mia guarigione improvvisa, ma il nostro amico prete me ne offri una. Non avevo mai avuto fede, ne mi interessava ricercarla, ma ora era impossibile ignorarla. “Tu sei guarito” mi disse “grazie a Dio, attreverso Sua Madre”.
I dottori mi iniziarono a scalare gradualmente le medicine perche’ dato la quantita’ esorbitante che ero abituato a prendere non potevo semplicemente interrompere o avrei rischiato uno sbilancio chimico. Ci vollero 8 mesi ma all’inizio del 2005 ero completamente libero da ogni medicina.
Ogni traccia di incredulita’ inizio’ a scomparire nei cuori dei miei famigliari che ancora erano come increduli. Tutti, uno ad uno, si aprirono spontaneamente a scoppi di gioia, ringraziamanto e lode. Di natura introverso, io esprimevo la mia gratitudine con un enorme sorriso stampato in faccia, anche se dentro di me saltavo da tutte le parti per la gioia. Ero cosi felice e perdutamente innamorato della Madonna e di Gesu’. Con una curiosita’ nuova e sconosciuta volevo esplorare la mia fede; volevo conoscere la Madonna e Suo figlio Gesu’. Volevo andare a Medjugorje. E cosi un anno dopo, il 20 Maggio del 2005, l’anniversario della mia guarigione, mi ritrovavo li’ in quell posto dove il Cielo scende sulla Terra. Da allora sono passati 7 anni. Sono tornato li ogni anno e sono ancora completamente sano.
Negli ultimo 7 anni ho cominciato a conoscere la vita. Insieme alla gioia e alla curiosita’, ho anche io avuto le mie lotte interiori, le mie prove. Non sono stato sanato e trasformato in un santo. Sono stato sanato e trasformato in un ragazzo normale con le prove e gli smarrimenti di un ragazzo normale. Negli ultimi anni ho cercato di conoscere me stesso e Dio, e cercando ho compreso la mia vocazione: questo Settembre entrero’ in seminario e studiero’ per diventare un prete cattolico.
Comprendo ora che le parole “Nulla e’ impossibile a Dio” sono letterali. Lui non scherzo, le dice sul serio. Quando mi sono rivolto a Lui nella complete disperazione, quando I piu’ grandi specialist del mondo non potevano guarirmi, l’Altissimo mi ha dato la vita.

(Traduzione: Raffaella Heath Pubblicato il 12 Luglio 2011 da Christine Watkins.

Testimonianza di Barry

Bisogna ammetterlo, Barry è un duro. Sua moglie Patricia? Un tesoro di delicatezza e io sospetto che preghi senza interruzione, tanta è la luce che emana. Dalla nativa Inghilterra veniva spesso a dissetarsi alla sorgente di Medjugorje e ad affidare alla Gospa il suo marito protestante. Che meraviglia sarebbe se un giorno anche lui potesse scoprire la gioia di camminare con il Dio Vivente!
Benché battezzato protestante, Barry non credeva in Dio e con fierezza faceva a meno di lui. Comunque un vecchio ricordo giaceva in fondo al suo cuore: da giovane, una volta aveva rivolto a Dio una preghiera in un momento di grande sofferenza: “Mandami una buona moglie!”. In quel momento era in macchina e ha dovuto fermarsi vicino a una casa sconosciuta per un guasto. La giovane donna che ne era uscita l’ha talmente impressionato che l’ha sposata tre mesi dopo! Si era comunque dimenticato di ringraziare quel Dio sconosciuto che gli aveva concesso in fretta un matrimonio cosi felice.
C’era un solo neo: Patricia era cattolica. Barry ha fatto di tutto per distruggere la sua fede, ma ha capito subito che lì era su un terreno pericoloso. Ma, verso la quarantina, Patricia è tormentata da un isolamento spirituale molto duro, nel grembo di una Inghilterra materialista e priva di entusiasmo. E’ allora che Medjugorje l’ha salvata dalla deriva e le ha offerto quello che non osava più sognare: fare un bagno nel cuore di Dio, in un posto dove il cielo tocca la terra ogni giorno!
Conversando con lei, mi meravigliavo della sua incredibile fiducia nella Provvidenza. SAPEVA che tutti i suoi parenti si sarebbero convertiti, nell’ora decisa da Dio.
Proprio allora è scoppiata la guerra in Bosnia Erzegovina.
La sera del l° gennaio 1993, Barry e Patricia guardano la televisione e sentono l’appello lanciato dall’associazione Medjugorje Appeal: si richiedono trenta guidatori per portare tonnellate di merce in Bosnia. Senza sapere che Patricia conosceva Bernard Ellis, ebreo convertito a Medjugorje, uomo chiave di tutta l’organizzazione, Barry si lascia tentare dalla sfida dice a sua moglie che ha una gran voglia di lanciarsi in questa avventura, dato che ha la patente per i camion. Patricia non crede alle sue orecchie! Bernard aveva previsto che una parte dei camion andasse a Medjugorje e una parte a Zagabria. Due settimane dopo, accompagnato da Patricia il nostro protestante fa il suo ingresso a Medjugorje al volante di un camion!
La sua unica preoccupazione: portare soccorso ai rifugiati. La prima notte è chiamato a prestare servizio e al mattino, mentre rientra in camera sua ai piedi del Krizevac per ritrovare la moglie, ecco che Patrizia è scomparsa!
Barry esce sul terrazzo e vede la chiesa, in mezzo alla vallata.
I suoi occhi vanno alle due torri che si slanciano verso il cielo e, stranamente, sente un’attrazione irresistibile verso questa chiesa. Un pensiero gli viene prepotentemente: “Devo entrare in quella chiesa a dire una preghiera”. Barry non si riconosce più. Dire una preghiera, lui, completamente ateo?! Dire una preghiera anche se Dio non c’è e se dopo la morte c’è solo per tutti un buco nero? La testa non funziona più! Ma è più forte di lui, Barry si incammina con passo sicuro verso la chiesa. Una questione pratica si impone: che preghiera potrà dire? Ne conosce solo due: il Padre Nostro che ha imparato a scuola e l’Ave Maria che ha finito coll’imparare a furia di ascoltare sua moglie che la insegnava ai figli. Quale scegliere? Arrivato in chiesa, si accorge che è l’ora delle pulizie e si mette discretamente sul banco in fondo. Decide di dire le due preghiere e poi resta là in silenzio per cinque minuti; poi decide di andare a pulire il suo camion. Là lo vede un francescano e gli dà il suo rosario. Più tardi torna in camera sua, dove Patricia non è ancora rientrata, e decide di riposarsi un po’.

Dato che c’è molta luce, alza la coperta per coprirsi il viso, ma una luce azzurra lo acceca. Pensa che la coperta sia mal messa e la riaggiusta in modo diverso. La luce blu non fa che intensificarsi, invade tutta la camera e Barry comincia a trovarlo strano. Nel blu appare allora una macchia bianca ancor più luminosa; la macchia si avvicina a poco a poco a lui e ingrandisce a vista d’occhio. Cielo, cosa sta succedendo? “La macchia di luce bianca è diventata ben chiara” racconterà Barry, e la luce era Maria, la Madre di Dio, la vedevo, sapevo che era lei. La luce blu si è trasformata in raggi che partivano da lei. Com’era bella! Non ero affatto spaventato, la guardavo affascinato. Sapevo chi avevo davanti a me. Allora Lei ha alzato la mano e mi ha salutato con un segno. Non ha detto niente. Poi è andata via. Mi sono seduto per ispezionare la camera, un profumo di rose fluttuava nell’aria e sentivo in tutta la mia persona una pace inimmaginabile. Persino nel mio corpo! Non potevo che ripetere: “Perché a me? Perché a me? Cosa ho fatto io per meritare tutto questo, io lo zotico, il rozzo!”.
Pensavo a tutte le cattive azioni della mia vita. Malgrado tutto, Maria era apparsa a uno come me. Subito dopo Patricia è ritornata, e io gli ho raccontato tutto. Lei era fuori di se! Voleva che io diventassi cattolico in quello stesso giorno, mi invitò ad andare in chiesa insieme a lei, e io continuavo a pensare, perché a me? Quando è arrivato il momento della comunione, Patrizia mi ha suggerito di venire a prendere la benedizione dal prete. Il fatto di avere le braccia incrociate davanti al petto lasciava in chiaro che non avrei potuto prendere la comunione. Il prete, senza fare caso teneva premuta l’ostia contro la mia bocca e ho dovuto ricevere il Corpo di Cristo. Ero così sconvolto che non potevo impedire alle mie lacrime di colare. Avreste dovuto vedere il duro che piangeva come un bambino! Che giornata! Sulla strada del ritorno ho incontrato un pellegrino che mi ha detto: “Sono cattolico da sempre, vengo spesso qui, non ho mai visto né sentito niente!”.
Ma per me che venivo per la prima volta, che non mettevo mai piede in chiesa, in un giorno mi era successo di: 1) entrare in una chiesa, 2) di dire una preghiera, 3) di ricevere un rosario, 4) di vedere la Madonna, 5) di ricevere il corpo di suo Figlio Gesù!!!
Tornato in Inghilterra, ho deciso di andare a messa con Patricia e ho scoperto a poco a poco la preghiera… la preghiera sincera! Ho continuato a organizzare i convogli umanitari per la Bosnia e una volta abbiamo perfino trasportato il veggente Ivan nel tragitto Londra – Medjugorje! All’ora dell’apparizione ci mettevamo in ginocchio nel camion… Nel mio cuore avevo un vivo desiderio di rivedere la Madonna. Più tardi Bernard mi ha proposto di guidare un pullman di pellegrini. Ho barattato le derrate alimentari con un carico di fratelli e sorelle. Sulla strada ci siamo fermati in un’albergo al confine con la Slovenia. Subito dopo cena, salta la corrente! Salgo a cercare una pila elettrica in camera e, mentre ridiscendo nell’atrio, mi sento spinto a cantare un inno a Maria. Allora tutto il gruppo si mette a cantare con me e poi si lancia in una preghiera spontanea. La lode invade tutto l’albergo! Maria è di nuovo apparsa ai miei occhi proprio in quel momento, come a Medjugorje, con quell’alone blu intorno a lei. Ero il solo a vederla. Ho capito allora che non avevo ancora fatto niente per Lei, fatto niente per Dio, malgrado le tante grazie ricevute. Quando Maria vuole qualche cosa (o qualcuno!) non molla la presa! Sentivo che mi chiamava a riavvicinarmi a Lei e a suo Figlio Gesù; dovevo impegnarmi con lei. Perciò ho deciso di entrare nella Chiesa cattolica. Patricia mi ha trovato una guida meravigliosa. Per mesi ho continuato i pellegrinaggi a Medjugorje come autista e Patricia mi ha aiutato. Avevo il desiderio segreto che tra i miei “passeggeri”, alcuni potessero avere la felicità di vedere la Madonna e sono stato subito esaudito; quattro pellegrini l’hanno vista sulla collina del Podbrdo. Sono entrato a far parte della Chiesa cattolica a Pasqua del 1995. Da allora il Signore ci ha chiamati, Patricia e me, a lavorare per Lui nella nostra parrocchia e diocesi, dove c’è il Santuario di Walsingham. Maria ha cominciato a riportare a Suo Figlio tutta la parentela. I nostri due figli si sono convertiti e anche altri parenti atei. Ha già fatto riconciliare molte coppie e abbiamo buone speranze per gli altri.
Da parte mia sono impegnato in un gruppo che aiuta quelli che vogliono farsi cattolici. Sono a disposizione per tutto quello che il Signore e sua Madre vorranno da me; cresco gradualmente nel loro amore. Il mio sogno è che il mondo intero scopra la Madonna!”
Tratto dal libro:”Medjugorje:il trionfo del cuore”, di suor Emmanuel. Edizioni Shalom

Testimonianza del Dr. Antonio Longo

Sono molte le persone che affermano di aver ottenuto, pregando a Medjugorje, guarigioni straordinarie. Negli archivi della parrocchia di quella cittadina dell’Erzegovina, dove il 24 giugno 1981 iniziarono le apparizioni della Madonna, sono raccolte centinaia di testimonianze, con documentazione medica, riguardanti altrettanti casi di guarigioni inspiegabili, alcuni dei quali risultano veramente clamorosi. Come quello, per esempio, del dottor Antonio Longo, medico a Portici, in provincia di Napoli.
Oggi il dottor Longo ha 78, ed è ancora in piena attività. <<Sto bene>>, afferma. <<Oltre ai soliti piccoli acciacchi dell’età, non accuso nessun altro disturbo. Ma dal 1983 al 1989 sono stato ammalato di tumore al colon. Operato varie volte, perché ad ogni operazione si verificavano delle complicazioni, ebbi l’asportazione in blocco del colon trasverso e l’asportazione di circa 90 centimetri di intestino tenue. Si formarono metastasi, fistole che richiesero altri interventi. Il mio calvario durò sei anni. Ad un certo momento i medici dissero ai miei figli che mi restavano sì e no quindici giorni di vita. Ma io avevo fede, pregavo la Madonna di Medjugorje, inviai mia moglie e uno dei miei figli in pellegrinaggio e ottenni la grazia. La Madonna mi ha guarito, completamente guarito>>.
Il medico Antonio Longo è diventato, da allora, un testimone appassionato. <<Dopo la guarigione sono andato in pellegrinaggio a Medjugorje 12 volte>>, dice. <<Mi sono sempre prestato a testimoniare ciò che avevo ricevuto. Ho raccontato la mia vicenda ai giornalisti e a varie televisioni. Io non ho dubbi: come medico e come cattolico sono convinto che la mia guarigione è avvenuta per un autentico intervento soprannaturale. La malattia è documentata da un voluminoso dossier di analisi, radiografie, referti medici e giudizi di specialisti di fama internazionale. E la guarigione è stata improvvisa, totale e persistente nel tempo. Infatti, sono già trascorsi 12 anni e continuo a stare bene>>.
In ringraziamento della guarigione prodigiosa ricevuta, il dottor Longo dedica gran parte del suo tempo ad aiutare il prossimo. Non solo come medico, ma anche come “Ministro straordinario dell’Eucarestia”. <<Ho la fortuna di essere diventato un collaboratore laico della Chiesa>>, dice con soddisfazione. <<Porto la Comunione agli infermi tutti i giorni. Collaboro con il mio parroco a molteplici attività della nostra parrocchia. Ho un bel gruppo di preghiera che settimanalmente si riunisce con me per pregare per i nostri infermi e per tutti coloro che ci chiedono preghiere. Guido quasi tutte le sere la Adorazione Eucaristica che in parrocchia è quotidiana. Il lunedì mattino, per l’assenza del parroco, nella nostra parrocchia non si celebra la Messa e allora io sono autorizzato a guidare la recita della Lodi, a celebrare la liturgia della parola e poi a distribuire la Comunione. La mia attività è intensa e posso fare tutto questo, all’età di 78 anni, perché la Madonna mi ha guarito e continua a proteggermi>>.
Il dottor Longo riflette un attimo e poi aggiunge: <<Mi rendo conto che molti miei colleghi potrebbero pensare che sono un fanatico. Molti medici infatti non sono credenti e non ammettono l’esistenza di una guarigione per intervento soprannaturale. Ma glielo assicuro: non sono fanatico, e non sono uno che si lascia guidare dalle emozioni e dall’entusiasmo. Sono un medico, credo nella medicina, ho due figli medici. La mentalità professionale mi ha abituato a riflettere, a osservare le cose freddamente e con distacco. Ho seguito questa mia vicenda con la più scrupolosa obbiettività. Non ci sono dubbi di nessun genere: la mia guarigione non trova spiegazioni razionali. Quello che è avvenuto va attribuito soltanto alla Madonna>>.
Chiedo al dottor Longo di riassumere la storia della sua malattia e della guarigione.
<<Eccola>>, dice subito con entusiasmo. <<Sono sempre stato una persona sana e ho lavorato molto nella mia vita. Nella primavera del 1983 cominciai, improvvisamente, ad accusare dei disturbi e dei dolori all’addome. Si trattava di sintomi che, come medico, mi preoccuparono.
“Decisi di sottopormi a una serie di analisi ed esami clinici in modo da chiarire la situazione. Le risposte non fecero che confermare i miei timori. Tutte le indicazioni lasciavano intendere che fossi stato colpito da un tumore all’intestino.
“Verso la metà di luglio, la situazione precipitò. Dolori tremendi all’addome, allo stomaco, perdite di sangue, un quadro clinico preoccupante. Venni ricoverato d’urgenza alla clinica Sanatrix di Napoli. Il professor Francesco Mazzei, che mi aveva in cura, disse che dovevo essere operato. E aggiunse che non si doveva perdere tempo. L’intervento venne fissato per la mattina del 26 luglio, ma il professore fu colpito da influenza con febbre a quaranta. Nelle mie condizioni non potevo aspettare e dovetti cercare un altro chirurgo. Mi rivolsi al professor Giuseppe Zannini, un luminare della medicina, direttore dell’Istituto di Semeiotica chirurgica dell’Università di Napoli, specialista in chirurgia dei vasi sanguigni. Fui trasportato nella Clinica Mediterranea, dove Zannini lavorava, e la mattina del 28 luglio venne eseguita l’operazione.
“Si trattò di un intervento delicato. In termini tecnici, fui sottoposto a una “emicollectomia a sinistra”. Mi asportarono, cioè, una porzione di intestino che venne sottoposto a esame istologico. Risultato: “tumore”.
“II responso fu una mazzata per me. Come medico, sapevo quale avvenire mi attendeva. Mi sentii perduto. Avevo fiducia nella medicina, nelle tecniche chirurgiche, nei nuovi farmaci, nelle cure al cobalto, ma sapevo anche che molto spesso avere un tumore significava, allora, avviarsi verso una fine tremenda, piena di dolori atroci. Mi sentivo ancora giovane. Pensavo alla mia famiglia. Avevo quattro figli e tutti ancora studenti. Ero pieno di preoccupazioni e mi agitavo.
“L’unica vera speranza in quella situazione disperata era la preghiera. Solo Dio, la Madonna potevano salvarmi. In quei giorni i giornali parlavano di quello che stava avvenendo a Medjugorje e io sentii subito una grande attrattiva verso quei fatti. Cominciai a pregare, i miei familiari andarono in pellegrinaggio nel paesino jugoslavo per chiedere alla Madonna la grazia di allontanare da me lo spettro del tumore.
“Dodici giorni dopo l’intervento chirurgico, mi tolsero i punti e sembrava che il decorso postoperatorio procedesse nel migliore dei modi. Invece, al quattordicesimo giorno, si verificò un crollo inatteso. Una “deiscenza” della ferita chirurgica. La ferita cioè si apri, completamente, come se fosse stata appena fatta. E non solo la ferita esterna, ma anche quella interna, quella intestinale, provocando peritonite diffusa, febbre altissima. Un vero disastro. Le mie condizioni erano gravissime. Per alcuni giorni fui giudicato moribondo.
“Il professor Zannini, che era in ferie, tornò subito e prese in mano quella situazione disperata con grande autorità e competenza. Ricorrendo a particolari tecniche, riuscì a fermare la “deiscenza”, riportando la ferita in condizioni tali da permettere una nuova anche se lenta rimarginazione. Però in questa fase insorsero numerose minifistole addominali, che poi si concentrarono in una sola, ma molto vistosa e grave.
“La situazione quindi era peggiorata. Restava la minaccia terribile del tumore, con possibili metastasi, e ad essa si aggiungeva la presenza della fistola, cioè di quella ferita, sempre aperta, fonte di dolori grandissimi e di preoccupazioni.
“Rimasi in ospedale quattro mesi, durante i quali i medici tentarono in tutti i modi di chiudere la fistola, ma inutilmente. Tornai a casa in condizioni pietose. Non riuscivo neppure a sollevare la testa quando mi somministravano un cucchiaio d’acqua.
“La fistola all’addome doveva essere medicata due tre volte al giorno. Si trattava di medicazioni speciali, che dovevano essere eseguite con ferri chirurgici perfettamente sterilizzati. Un tormento continuo.
“A dicembre, le mie condizioni peggiorarono di nuovo. Fui ricoverato e sottoposto a un altro intervento. A luglio, a distanza di un anno dal primo intervento, altra gravissima crisi con vomito, dolori, blocco intestinale. Nuovo ricovero urgente e nuovo delicato intervento chirurgico. Questa volta rimasi in clinica due mesi. Tornai a casa sempre in brutte condizioni.
<<A dicembre di quell’anno dovetti esser operato da un ascesso addominale provocato proprio dalla fistola. Il professor Zannini, che era un esperto di questi malanni, mi disse che avrei dovuto rassegnarmi: la fistola non sì sarebbe più chiusa.
“In quelle condizioni continuai a vivacchiare. Ero un uomo finito. Non potevo fare niente, non potevo lavorare, non potevo viaggiare, non potevo rendermi utile. Ero schiavo e vittima di quella orribile fistola, con la spada di Damocle sulla testa perché il tumore poteva riformarsi e poteva provocare metastasi.
<<Il quattro aprile del 1989 andai dal professor Zannini per una visita di controllo. Egli constatò che la fistola era sempre in atto, inguaribile. Cinque giorni dopo, il nove aprile, alla sera tardi mio figlio, che era diventato medico, mi praticò l’ultima medicazione di quella giornata. La fistola era sempre là, viva, sanguinante, dolorante, inguaribile. Come sempre, anche quella sera prima di addormentarmi pregai la Madonna chiedendole la grazia di guarire. Al mattino, quando mi svegliai, mio figlio venne per la medicazione. Tolse le bende e con stupore constatò che la fistola non c’era più. La pelle dell’addome era perfettamente asciutta, liscia, il foro era scomparso.
“Non potevo credere ai miei occhi. Mi sentii inondato da una gioia tremenda. Credo di aver pianto. Chiamammo gli altri familiari e tutti constatarono quanto era accaduto. Come avevo sempre detto, decisi subito di partire per Medjugorje per andare a ringraziare la Madonna. Solo lei poteva aver compiuto quel prodigio. Nessuna ferita può rimarginarsi dalla sera alla mattina. Tanto meno una fistola, che è una ferita gravissima e profonda, che interessa il tessuto addominale e l’intestino. Per la guarigione di una fistola del genere, avremmo dovuto osservare un lento miglioramento per giorni e giorni. Invece tutto era accaduto in poche ore.
<<Da Medjugorje scrissi una cartolina al professor Zannini dicendo: “Sono finalmente guarito, tornerò presto da lei”. Rientrato a Napoli, andai dal professore. Il suo assistente mi disse: “Zannini ha ricevuto la cartolina ed è curiosissimo di visitarla”. In quel momento arrivò il professore. “Venga, venga”, mi disse. “Voglio vedere che cosa è accaduto”. Mi visitò, mi palpò, mi sottopose a pressioni, stiramenti continuando a rigirarmi sul lettino. Al termine sentenziò: “Lei è stabilmente guarito”. “Professore”, dissi <<1e ho scritto da Medjugorje, che cosa ne pensa?”. “E’ certamente una cosa eccezionale”, rispose. “E’ disposto a dichiarare che sono guarito senza alcun intervento chirurgico e senza fare nessuna cura specifica?” domandai. “E’ la verità”, disse e mi rilasciò una dichiarazione in cui, dopo aver riassunto i vari interventi chirurgici che avevo subito e i sei anni di convivenza con quella fistola sorta in seguito alle operazioni, scrisse: “Attualmente la fistola è clinicamente guarita senza alcun intervento chirurgico”.
<<Da allora>>, conclude il dottor Antonio Longo <<cioè dal 9 aprile 1989 io non ho più avuto niente. Ho ripreso la mia vita normale. Lavoro, visito, mangio, viaggio, sto benissimo. E ancora ringrazio la Vergine perché ogni giorno di vita, date le condizioni in cui mi trovavo, è un nuovo prodigio di bontà del Signore e della Madonna>>.
Renzo Allegri
Fonte: medjugorje.altervista.org

Testimonianza di Raffaella Mazzocchi

Mi chiamo Raffaella Mazzocchi e sono di Napoli. Avevo 16 anni quando un giorno all’improvviso, esattamente il 22 dicembre 2001, mentre mi trovavo a scuola, ho perso completamente la vista all’occhio destro a causa di una neurite ottica retrobulbare, cioè di un virus che mi stava distruggendo il nervo ottico in modo irreversibile e che cominciò a provocarmi anche dolorose crisi simili a quelle epilettiche più volte al giorno.
Una diagnosi senza speranza di guarigione: infatti nessuna cura sembrava fare effetto. Fui costretta a lasciare la scuola perché non potevo studiare. Non potevo neanche dormire, andavo avanti con psicofarmaci e in questo stato ho vissuto 8 anni come in un incubo. Ho perso anche la fede e ho smesso di frequentare la parrocchia.
Un giorno, le mie zie, mia madre e mia cognata decisero di partire per Medjugorje e a tutti i costi volevano portarmi con loro. Io ero riluttante ma alla fine ha ceduto alle insistenze dei mie familiari, ma non avevo alcuna intenzione di chiedere la mia guarigione.
Il 26 giugno 2009, intorno alle 19,30, dopo essere scesa dal Podbrdo, mentre era presso la Croce Blu, mia cognata si è accorta che il sole si muoveva in modo non normale, sembrava che stesse danzando. Allora io ho afferrato gli occhiali da sole di mia cognata e con l’occhio buono, quello sinistro, ho visto chiaramente il sole prima ruotare e pulsare e poi avvicinarsi quasi al mio viso per poi tornare indietro, e quindi ancora cambiare colore in continuazione diventando rosso, blu, arancione ,verde.
Alla fine ho tolto gli occhiali e ho cominciato a piangere disperata perché mi sono resa conto che avevo perso la vista anche all’occhio sinistro e quindi ero diventata completamente cieca. Le mie urla richiamarono molti pellegrini che mi si fecero attorno ma io continuavo a gridare sempre più disperata anche perché avvertivo un fortissimo bruciore agli occhi. Un bruciore, però, non da dolore ma da calore. Questa cecità totale durò cinque minuti, i più lunghi della mia vita. Vedendomi in preda al panico mia mamma mi fece sedere e riuscì in qualche modo a calmarmi.
Mentre tenevo la testa bassa e gli occhi chiusi, ebbi improvvisamente l’impulso di aprire l’occhio destro, quello malato, e mi accorsi che riuscivo a vedere le mie mani. Ho aperto allora anche l’altro occhio e mi accorsi di vederci benissimo anche da quello. Passando e ripassando le mie mani davanti agli occhi mi sono resa conto che ero stata guarita ma invece di saltare di gioia sono rimasta muta e bloccata dallo spavento. La mia mamma, dal mio sguardo, si accorse del mio cambiamento e mi corse incontro per abbracciarmi. Così pure tutti i numerosi pellegrini presenti.
Da quel giorno ho recuperato completamente la vista, anzi ora ho una vista perfetta di 11/10. E, cosa ancora più importante, ho recuperato anche la fede perché ora, finalmente, ci vedo in tutti i sensi.

Fonte :www.messaggimedjugorje.net

Testimonianza di Lola Falana

E’ la popolare attrice, cantante, ballerina e soubrette che nella primavera del 1967 aveva lasciato Las Vegas per venire a cantare a a ballare nei più importanti spettacoli della televisione italiana divenendo ben presto l’idolo di numerosi italiani. Dopo questa prima fase della sua vita in cui riscosse successo, fama e ricchezza, subentrò una fase in cui si fece sempre più sentire il vuoto della sua vita che la avvicinò progressivamente a Dio e alla preghiera. Nel 1988 fu colpita da un male incurabile: la sclerosi multipla. Un giorno, dopo aver visto un documentario televisivo sulla venuta della Madonna a Medjugorje, decise di andarci.
Così ha raccontato in una intervista: «Mi resi conto subito che stavo guarendo perché un giorno, quando ero paralizzata, mi sembrò di sentire come la presenza di Dio accanto a me. Sentii succedere qualcosa alla base della testa, una calda sensazione spostarsi lungo tutto il braccio molto lentamente. Da quel momento in poi migliorai sempre di più ed oggi sono perfettamente guarita».Miss Falana non era nata cattolica, essendo stata educata nella confessione episcopaliana. Solo a Las Vegas iniziò ad abbracciare pienamente la confessione cattolica dopo che incontrò alcune suore carmelitane, che le fecero conoscere la Madonna, il rosario e iniziò a frequentare la Messa. In questo modo divenne cattolica Alla domanda sulla sua vita passata, così risponde: «Prima pensavo al mio futuro e alla mia vita come artista, ora penso alla mia vita come serva di Dio. Tutto ciò che faccio ha uno scopo perché vivo per servire il Signore, e di questo sono estremamente felice. Vorrei dire a tutti coloro che vanno in Chiesa e che cercano di credere nel Signore ma non sanno come ottenere la fede e sono dubbiosi e vorrebbero avere delle prove, ecco, io dico: guardate me, io sono una prova! Ero totalmente paralizzata nella parte sinistra e non potevo parlare, né vedere né udire. Oggi sono perfettamente guarita perché non ho mai dubitato di Dio. Se posso dire qualcosa a voi per tutti i vostri giorni vi dico: credete ad ogni parola che è contenuta nella Bibbia».

Fonte: Medjugorje tutti i giorni.

Testimonianza di Gabriella Bellotti

Gabriella Belotti ha avuto una vita difficile: la sua storia è stata schiacciata dal dolore, segnata dalla scomparsa delle persone care: perse la madre da bambina, poi il padre, l’amore della sua vita Roberto e il figlio, morto nel suo grembo prima di nascere. Seguì la disperazione, accompagnata da tre tentativi di suicidio. Poi, però, cominciò a vedere dei segni che le arrivavano da Roberto e che l’hanno portata a Medjugorje, dove ha trovato la pace e ha ritrovato Dio.
“La mia vita è stata segnata dal dolore. Dopo aver perso le persone a me più care, i miei genitori, mio marito Roberto, l’amore della mia vita, e nostro figlio, morto prima di nascere, ho pensato di impazzire. Ero in preda alla disperazione, ma Roberto non mi ha mai lasciata sola: ho cominciato a notare dei segni, che lui mi mandava e che mi hanno portato dalla Madonna di Medjugorje, dove ho trovato la pace e riscoperto Dio”. Con queste parole Maria Gabriella Belotti, di Gorlago, comincia a illustrare la sua storia, la storia della sua rinascita dopo tanta sofferenza, contenuta nel suo libro “Tu sei qui!!!”, che sta presentando in diversi paesi e città, i cui proventi verranno devoluti in beneficenza.
Gabriella Belotti spiega: “Da bambina, all’età di 5 anni, ho perso mia madre in un incidente stradale: ha sacrificato la sua vita per salvarmi. Erano circa le 20 del 4 ottobre 1966, io e mia mamma eravamo andate a trovare mio padre sul luogo in cui stava lavorando per costruire una nuova casa, dove saremmo andati a vivere. Aveva immaginato come realizzarla per la sua famiglia con tanto amore. Siamo arrivate in motocicletta al cantiere e lei è scesa per andare a salutarlo, mentre io mi ero appisolata sul serbatoio. Tutto era tranquillo, fino a quando, all’improvviso, sulla strada è comparsa un’automobile e mia madre l’ha vista avvicinarsi a me a grande velocità. Ha avuto solo il tempo di urlare “Mio Dio, la bambina!”, e subito si è precipitata verso di me e mi ha sollevato sopra la sua testa. Mio padre ha assistito alla scena: ha visto mia madre lanciarmi in aria mentre il suo corpo finiva attorno alla ringhiera, accartocciato dall’auto impazzita, mentre la motocicletta ha fatto un volo di 80 metri. È successo tutto in pochi secondi, è stato un attimo che ha cambiato per sempre la mia vita. Mia madre era morta a 41 anni, solo due giorni dopo il mio compleanno. In quel tratto la strada era rettilinea e noi eravamo contro la recinzione, mi chiedevo in continuazione perchè era accaduto tutto questo. L’autista che ci aveva investite fece 18 mesi di carcere, poco più di un anno, e gli venne ritirata la patente. Non l’abbiamo visto e nemmeno ci ha mai fatto un cenno di scuse per quello che ci aveva fatto”.
Dopo la perdita della madre, Gabriella andò in collegio. La signora Belotti prosegue: “Mio padre faceva il fotografo e nel tempo libero doveva dedicarsi al lavoro per la costruzione della nuova casa, non sarebbe riuscito a occuparsi di me e della mie altre tre sorelle. Eravamo due bambine e due adolescenti. Io e la mia sorellina, così, andammo in collegio. Ho sofferto molto la separazione dalla mia famiglia, spesso mi sentivo sola e triste. Dopo 9 anni tornai a casa e, insieme a mio padre, vissi anni felici fino a quando, in seguito a un arresto cardiaco, la notte del 3 maggio 1984, mio papà morì tenendomi la mano. Avevo temuto la sua scomparsa fin dall’infanzia e ora era successo. Poco dopo, il matrimonio con il mio primo marito, che non aveva convinto mio padre, finì perché io cercavo una famiglia mentre lui pensava soprattutto al pallone e alla sua vita. Quindi, mi dedicai profondamente al lavoro”.
Dopo un periodo difficile, però, trovò l’amore della sua vita. Gabriella spiega: “Il 18 giugno, giorno di compleanno di papà, decisi di cambiare auto. In concessionaria incontrai Roberto, con cui ci scambiammo alcune battute sull’auto che avevo scelto, prendemmo un caffè insieme e cominciammo a frequentarci. Era l’uomo perfetto: avevamo molte passioni in comune e anche lui voleva formare una famiglia dopo la fine di un matrimonio precedente. Eravamo molto felici e sette anni dopo abbiamo convolato a nozze. Decidemmo di acquistare una casa in Sardegna, a Porto San Paolo. È stato un periodo sereno fino a quando, dopo 18 mesi di matrimonio, Roberto morì in un incidente stradale il 1 dicembre 2008. Ero disperata, mi sembrava di impazzire. Cominciai a bere e per tre volte tentai di suicidarmi, fermata solo dall’immagine della nostra cagnolina Brici che, poi, morì a causa di una malattia”.
Accanto a tutta questa sofferenza, Gabriella cominciò a notare “strane” coincidenze. La signora Belotti afferma: “Iniziai a vedere dappertutto l’automobile di Roberto, a sentire il suo nome ovunque, a scorgere cuori di pietre e cuori di vetro. Imparai a decodificare questi segni, che divennero un linguaggio naturale e l’unica cosa che mi tennero viva. Sono i segni che poi mi hanno portato a Medjugorje”.
La chiamata per andare a Medjugorje è arrivata in Sardegna. Gabriella dichiara: “All’aeroporto la mia attenzione è stata attratta da un libro che parlava della Madonna di Medjugorje: era datato Torino, dicembre 2008, ovvero la città natale di Roberto, il mese e l’anno della sua morte. In Sardegna l’immobiliarista mi propose uno scambio casa e un giorno mi ha portato a vederne una sulla collina di Porto San Paolo. Sul muro della casa vi erano due cuori in pietra. Proprio i cuori sono stati i punti di riferimento per la strada della mia rinascita. Nel giardinetto antistante l’abitazione c’erano un crocifisso con Gesù Cristo, una Madonna, Regina della Salvezza, e a fianco una statuetta di Sant’Antonio, protettore degli orfani e delle vedove, come me, e sul lato una grande pietra con scritto “Villaggio Serena”. Avevo imparato nel tempo a leggere con la forza dell’amore per Roberto i segni. Il messaggio era chiaro: la casa per i nostri cuori sono Gesù e la Madonna. Il giardinetto era sorto perchè in quella villa, tempo fa, ci fu un incendio, dove morirono due persone. Verso sera, infine, la casualità mi ha portato davanti a un evento su Medjugorje. Sentivo forte dentro di me il desiderio di andarci: partii il giorno di Pasqua 2011, che segnò la mia rinascita”. Poi rimarca: “Questi segni erano diventati per me veri fari di luce per la strada della mia salvezza. Erano l’unica cosa che mi faceva sentire viva e che mi impedivano il suicidio perchè quando non c’è la fede non c’è antidoto per il dolore. Le decisioni drammatiche sembrano essere le più facili, invece si estende dolore sopra il dolore anche a chi ti vuole bene. Il suicidio è omicidio, non può giorire alla nostra anima quando incontreremo il Padre. Se avessi avuto Dio nel momento della disgrazia non avrei vissuto questo strazio, perchè la nostra salvezza consiste nel ritornare a vivere con il Padre”.
A Medjugorje ha ritrovato la pace. Gabriella evidenzia: “Mentre stavo salendo sulla collina del Podbro vidi una sagoma nella terra a forma di cuore, sentii una voce dirmi “È per te”, l’ho estratto e pulito dalla terra, era perfetto e sul retro aveva l’immagine di un agnello che scoprii qualche tempo dopo essere uguale a quello sotto la cupola della Chiesa di Rogno. Lo strinsi a me e piansi tra gioia e dolore, quel dolore che mi stava uccidendo lentamente. A un certo punto mi sentii leggera, impotente a ogni gesto e mi addormentai con la testa fra le mie ginocchia. Quando mi svegliai sentivo dentro il mio cuore una pace che non provavo da tempo. Cominciai a pregare le Ave Marie con quella corona che avevo preso solo perchè ce l’avevano tutti. Non conoscevo il Rosario, ero lontana da Dio da oltre 30 anni, ora quel Dio che avevo rinnegato era la mia salvezza. Non volevo più scendere da quel colle. La sera, poi, dalla camera del mio albergo, vidi una nuvola a forma di cuore, lentamente formava un viso che ho pubblicato nel mio libro “Tu sei qui!!!”. Credevo di essere impazzita, invece, era tutto vero: lo vedevano anche gli altri. Forse era il Padre. La mia vita cambiò. Al ritorno di questo viaggio a casa mi resi conto che di quel dolore non c’era più traccia. Vidi la mia casa luminosa e alla tomba di Roberto non piangevo più. Sentii dentro di me il miracolo perchè era impossibile che un dolore così grande fosse scomparso in un attimo. Un attimo che ha cambiato tutta la mia vita. Avevo sentito Dio così forte nel mio cuore: ora lo volevo conoscere. Ritornai varie volte a Medjugorje per ringraziare del dono che ho ricevuto venendo a conoscenza del progetto che Dio ha posto per aiutare i suoi figli a uscire dal tunnel della disperazione in cui si entra nei momenti di dolore. Quando l’umanità è in pericolo Dio manda la Madonna sulla Terra ad aiutarci. Nei suoi Messaggi vedevo la mia vita passata e ora la direttiva per quella nuova. La mia croce si era trasformata nella mia salvezza: Roberto ce l’ha fatta e, con i suoi segni, ha salvato anche la mia anima”.
Poi prosegue: “Con i segni di Roberto sono stata guidata a riconoscere la necessità di un gesto d’amore per nostro figlio mai nato, dandogli un nome e una benedizione. Ora non è più un bambino orfano nel cielo, ha un padre e una madre e lo posso pregare con il suo nome, Emmanuel o Maria. Due mesi dopo il battesimo spirituale di nostro figlio, feci da madrina a un battesimo con un padrino di nome Roberto. I dettagli di che cosa accadde in questo incredibile evento sono riportati nel libro che ho scritto. La morte non è la fine di tutto: ci trasformiamo in energia. Dio prepara dalla primavera all’estate, dall’autunno all’inverno, dalla vita terrena alla vita eterna. Nonostante tutto mi sento fortunata perchè ho potuto incontrare Dio prima di morire. La mia ricchezza è racchiusa in quattro parole, si chiama “fede”. Se la perdessi nuovamente sarei un morto che cammina, illusa di avere il mondo tra le mani. Ho compreso che dobbiamo semrpe essere pronti perchè non sappiamo nè l’ora nè quando la morte ci busserà, l’unica cosa certa è che avverrà. Ho pagato tutta la vita per colpa degli errori degli altri: quando siamo al volante non abbiamo fra le mani solo la nostra vita, ma soprattutto quella degli altri. Può succedere anche a me un errore, ma se si usa la prudenza il rischio diventa minore. La vita è un dono prezioso che va conservato in ogni minimo dettaglio, tenendo presente che abbiamo una vita spirituale con la quale un giorno ci congiungeremo a colui che ci ha creato, perchè ora so che un Dio capace di amare esiste. Se nella nostra vita camminiamo con la mano attaccata al Padre avremo sempre un bastone a cui aggrapparci nei momenti del bisogno. Ho provato il dolore senza fede, non riesco neppure a descrivere quanto ha lacerato la mia vita, la mia anima, ma riesco a descrivere la gioia che vivo da quando nel mio cuore è tornato a vivere Dio. Ero cieca, mi ha ridato la vista; ero sorda, mi ha ridato l’udito; ero paralizzata, ora cammino. I miei ultimi pensieri vanno a mio padre, che ha costruito un nido per proteggermi, e a mia madre, quella madre che ha sacrificato la sua vita per me ed io ero a un passo dal toglierla. Se non fosse stato per lei, non sarei qui a testimoniare, i miei occhi ora vedono, ogni volta che vado al cimitero penso sempre che non l’ho mai pregata mentre lei era da 47 anni chiusa in una tomba per me, e io ho vissuto la mia vita grazie a lei. Ero veramente cieca per non vedere questo grande gesto d’amore. Grazie mamma, ti voglio bene. Grazie Roby, perchè il suo amore per me ha superato anche la morte: attraverso di lui ho scoperto la verità che mi ha resa portatrice di un messaggio d’amore. Grazie a Dio per avermi rpesa nelle sue braccia dimostrando l’amore immenso che riserva ai suoi figli. Roberto mi ha guidata nelle braccia più sicure che potessero esistere, ora il mio cuore batte d’amore, ma per un amore più grande, quello del Padre”.
Infine, conclude: “La mia anima era macchiata da gravi peccati mortali, ero convinta di essere nel giusto, e questo mi ha spaventata tantissimo perchè ho compreso che il male mi aveva accecata. Avevo i piedi all’inferno e neppure me ne ero accorta, ma Dio mi ha voluta salvare permettendo di riconoscere Roberto nei segni che mi hanno condotto sulla strada della salvezza. Dio ha permesso che le nostre anima si ritrovassero: ora siamo uniti e più forti di prima perchè, a completare il nostro amore c’è Dio Padre e, se al timone della nostra vita c’è Lui, nessuna tempesta può distruggerci. L’amore è un sentimento che non ha confine o limiti ed è l’unico che sopravvive alla morte. Roberto è sopravvissuto perchè ha amato e io, insieme a lui, perchè l’ho amato. Ho raccolto la mia testimonianza nel libro “Tu sei qui!!”, dove tutto è documentato e fotografato, per testimoniare la presenza di Dio nella nostra vita. Il volume è un’opera voluta dal cielo che va dritta al cuore e porta una firma “Dio presente sulla Terra”. Lascio un messaggio in particolare: se Dio occupa il primo posto nella nostra vita non potremo mai essere soli. Tutto passa nella vita, solo Lui rimane per sempre con noi”.
Paolo Ghisleni
Fonte: http://www.bergamonews.it/cronaca

Testimonianza di Don Paul Newton

Questa è la sua terza venuta a Medjugorje. Quando è venuto la prima volta, quando aveva 30 anni, la sua vita è stata completamente cambiata da Medjugorje. La seconda volta è venuto a ringraziare un anno dopo la sua Ordinazione Sacerdotale. Ha detto “Verrò sempre in pellegrinaggio a Medjugorje, ma è diverso quando vieni come sacerdote: devi donare e non te stesso, ma Gesù”. Prima dei trent’anni nessuno dei suoi conoscenti, né la sua famiglia, né Paul Newton stesso avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato sacerdote. E’ venuto la prima volta con i suoi amici, attratto dai “fenomeni naturali molto interessanti” di cui aveva sentito parlare. Andò prima a Lourdes, dove era apparsa la Madonna, ma ciò non significava nulla per lui. Aveva rifiutato persino l’invito degli amici a pregare il Rosario. E’ cresciuto in una famiglia che non pregava, non andava in Chiesa, non credeva in Dio e in cui c’erano conflitti e alcoolismo… Per cui, già da ragazzo voleva lasciare la sua famiglia. A Medjugorje ha incontrato persone nel cui cuore ha visto qualcosa a cui lui anelava. Egli dice che lui era un “cuore duro” e perciò, invece di rimanere qualche giorno, è stato 4 mesi a Medjugorje nei quali ha sperimentato una radicale trasformazione: ha ricevuto la chiamata al sacerdozio e ha risposto alla chiamata. Sul Križevac ha sentito la chiamata al Sacerdozio. “Non avevo nessuna ragione per rifiutare”, ha detto. “Non ho pensato a ciò che faceva il sacerdote, ma a chi era il sacerdote. Riflettevo su come Dio mi preparava per questo. Sono stati momenti di purificazione. Ho sentito la gioia nel cuore. E’ stata una chiamata dolce in cui ho sentito che avrei servito gli altri. Mi sono sentito familiare con l’idea di diventare Sacerdote e di servire” ha detto Paul Newton. Il momento decisivo è stato comprendere che Gesù era nell’Eucaristia. E’ stato allora che è divenuto aperto alla chiamata di Dio.
Al ritorno a casa era cambiato, ma tutti intorno a lui erano rimasti gli stessi. Nonostante le incomprensioni e le contrarietà, oggi, nel suo terzo anno di Sacerdozio, dice che i suoi genitori sono tornati alla fede e che prega continuamente per le sue sorelle perché questo è un lungo processo in ogni famiglia. Dice: “Se capite chi è Dio e che Egli è reale, non potete rimanere gli stessi. La preghiera deve essere nel cuore di ogni persona e il desiderio di avere la forza di dire SI a tutto ciò che Gesù ci chiede”.
Fonte www.medjugorje.hr